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Misteri (e passioni) di un luogo possibile

 

 

Vola alto, nel cielo di un genere – quello del giallo su sfondo storico –  oggi quanto mai frequentato (con tutti i rischi del caso: come ad esempio le rifritture, i déjà vu o i déjà senti, le mistificazioni più o meno palesi, il falso interesse per la storia e le sue zone inesplorate, ecc.),

il libro d’esordio di Ines Ferrante, giovane studiosa di Castrovillari pubblicata dalla Aljon Editrice. Con le sue implicazioni storiche e psicoilogiche, il lavoro della Ferrante, “I misteri dell’abbazia di sant’Adriano”, titolo già in sé carico di interessanti promesse, si rivela invece sin da una prima lettura un incontro felice – tra i segreti di un luogo, forse realmente esistito e dove forse è accaduto qualcosa di importante, ma sotto il profilo dell’impianto storico e della coerenza narrativa armonicamente ubicato in una affascinante Castrovillari tra il ‘500 ed il ‘600, e i lettori che amano lasciarsi catturare non solo dal piacere della lettura (nel nostro caso aiutata da una scrittura di qualità, sobria e diretta, scevra dagli ammiccamenti e dalle esagerazioni in cui sovente cadono gli autori senza passione e senza talento) ma anche dal brivido della scoperta e dalle innumerevoli sliding doors che si aprono di fronte alle loro menti ricettive.  Scrive bene, quindi, nella sua accurata prefazione, il professor Mario Vicino – ecco un altro nome sicuro di studioso delle tradizioni, delle arti e del bello, emerso da una terra altrimenti raggrumata in balorderie e scopiazzamenti – quando evoca il senso del racconto della Ferrante, tutto racchiuso in quel gesto sublime e impudico di alzare gli occhi “al cielo trapunto di piccole stelle” quasi per regalare, si potrebbe aggiungere più modestamente, un’altra prospettiva a chi ha il dono di sognare. Dietro i misteri dell’abbazia castrovillarese si muovono, anzi si agitano, senza però pesantezze e lungaggini, ma semmai come agenti di una forza antiretorica, l’ansia e l’ambizione di sapere, di capire ciò che dolorosamente o felicemente si è anche per la virtù o il difetto, il dono o il fardello di essere stati. Proprio qui, nel groviglio di una materia così fragile, si delinea il doveroso, inevitabile crinale che separa l’autentico interesse e la pura passione (di studioso e di essere umano) dalle improvvisazioni furfantesche e dalla bramosia per il successo a tutti i costi. Nelle pagine letteralmente raffinate dei misteri castrovillaresi rievocati dall’autrice (la quale pesca con grazia nel vasto mare della sua profonda conoscenza di storie e leggende della Calabria), lungo gli innumerevoli segni di un percorso abilmente costruito “tra realtà e fantasia”, e certo anche attraverso gli occhi accesi e la mente vivida di Giulius, il protagonista del libro, che è al contempo guida e provocatore, molla energica e flusso di coscienza (“… Il diario si interrompeva, lasciando Giulius esterefatto, sotto un cielo di pece. Come a voler scacciare dalla mente ogni altro pensiero… egli cercò qualche stella nuova…”), emergono tutti gli elementi di sincerità che hanno motivato e mosso l’autrice, si appalesano vigorosamente le ragioni non futili che sono alla base della sua vita impegnata e che mi piace qui riassumere con un – credo lineare – paradigma: il senso del cammino è il cammino stesso. Cosa significa, allora, questo paradigma scelto per rappresentare un libro intero, cosa vuol dire questa frase circolare, questo rotondo ricadere della fine nel suo stesso inizio? Vuol dire che ciò che alla fine conta veramente non è stabilire se nell’abbazia di sant’Adriano sia accaduto o meno qualcosa di importante e di terribile – più o meno ispirato dalle gesta o più probabilmente dalla traiettoria tragica e fatale dei Cavalieri Templari: altro preciso elemento di riferimento, dinamico in una sorta di terra di mezzo, infinitamente sospesa tra storia e invenzione –, ma che quello che in realtà incarna un classico “topos” letterario, un luogo riconosciuto come possibile e addirittura reale dal nostro immaginario o se si preferisce una traccia sepolta ma (soprav)vivente in esso, sia ancora in grado di impressionarci, agitarci, spingerci a fare uno o cento passi verso l’ignoto. E soprattutto verso la bellezza, che naturalmente non è solo forza estatica e consolatoria ma anche drammatica agitatrice di passioni ed inquietudini. Nel suo contributo al libro,Vicino parla molto opportunamente di una “sensazione di una traccia incisa nel tempo”, di “un’ancestrale memoria che per tradizione ci appartiene perché in noi innata come desiderio di armonia”. Ritorna, quindi, il tema del luogo ideale che vive dentro di noi, in una sorta di stato di latenza o dormienza che sarebbe evidentemente tema più consono ad una analisi psicanalitica. Per il valoroso storico dell’arte, inoltre, “l’autrice si curva sulle cose e sulla loro – in ultima analisi – santa bellezza con un’attenzione e letizia sacre, insaziabili e con brividi incessanti”. Sono giudizi lusinghieri, che inducono ad attribuire ai “Misteri dell’abbazia di sant’Adriano” il pregio della onestà di intenti, accreditando quest’opera d’esordio fra le esperienze da seguire con attenzione e curiosità, anche per la sua indubbia forza evocatrice. Di questo libro, che si legge d’un fiato e che mantiene fino in fondo quel che promette – la singolare eppure inclusiva ebbrezza dell’avventura e della scoperta in meno di cinquanta pagine fitte –, si può scrivere soddisfacentemente affrancati dal vincolo soffocante di raccontarne la trama. Liberi dalla tentazione di sacrificare l’essenziale e rifugiarsi nell’accessorio per segnalare il futile. Ines Ferrante –“poetessa della tenerezza, della gioia, dell’amore, dello sdegno” – può essere orgogliosa di aver scritto qualcosa che poco o nulla ha a che fare con la pura vanità. 

 

Antonello Fazio

 

 

Ines Ferrante

I misteri dell’abbazia di sant’Adriano

Aljon Editrice

Castrovillari Giugno 2013

€. 11,00

Dipinto dell'artista Alba Abritta

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