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Una visita a Castrovillari, città di magiche tradizioni

Ho avuto la fortuna, grazie a un mio recente viaggio, di scoprire uno dei luoghi del nostro Sud che sono “riscaldati” da un grande e antico patrimonio culturale e popolare, un “sole” che ha dato luce e vita alle radici del passato, per farle fiorire splendidamente nel presente.

Questo luogo è Castrovillari, la Castrum Villarum romana, e tutto il territorio calabro abbracciato al Massiccio del Pollino. Quando ho ricevuto l’invito dell’Associazione Culturale Khoreia 2000, in quanto premiata nella sezione teatrale della I Edizione del Premio Città di Castrovillari,mi sono subito chiesta l’origine della passione di questa terra per la cultura e, in particolare, per l’arte teatrale. Castrovillari, infatti, ospita una rassegna, di cui quest’anno si è svolta la XVIII Edizione, che dà vanto e lustro all’intero Sud, La Primavera dei Teatri, appuntamento irrinunciabile per la drammaturgia contemporanea. Ma ci sono tanti altri eventi, fiori all’occhiello della città, fra cui il Calabbria Teatro Festival (rigorosamente con due “b”)  rassegna autunnale di “corti” e spettacoli. A questi gioielli si va ora ad aggiungere il Premio Città di Castrovillari, (che, oltre al Teatro, comprende la Poesia, la Prosa e le Arti figurative) Premio che l’Amministrazione Comunale, con orgoglio e nel segno dell’accoglienza verso i Premiati giunti da tutta Italia, ha voluto ospitare in questa sua prima Edizione nella Sala Consiliare del Comune. Nelle parole di benvenuto del Sindaco e degli altri Rappresentanti Comunali vi è stato l’unanime plauso e ringraziamento alle figure femminili promotrici di questa e di molteplici altre iniziative: l’infaticabile e generosa Angela Micieli, Presidentessa di Khoreia 2000,Presentatrice dell’Evento e da sempre poliedrico punto di riferimento organizzativo di progetti culturali, Rosy Parrotta, giovane ed entusiasta Direttrice Artistica del Calabbria Teatro Festival, e Ines Ferrante, Presidentessa di Mystica Calabria, l’altra Associazione Culturale promotrice del Premio, amorosa “custode” della storia e della tradizione  locale. Tornando al Teatro, e avendo a mente il passato di questo territorio, si può  immaginare che la vocazione della città ad aprirsi ad un palcoscenico che va oltre i confini territoriali, abbia origine dalla cultura teatrale di antichi insediamenti qua giunti da “oltre i confini”. E vi sono varie testimonianze di queste radici. Oltre al rinvenimento di reperti tipici della cultura ellenica, il dialetto locale contiene diversi termini che richiamano la lingua greca, e il fiume che scorre ai lati dell’abitato, il Coscile, è la grande via d’acqua (terzo fiume della Calabria) che collegava Castrovillari ad una  delle più importanti Colonie della Magna Grecia, Sibari, la cui piana è visibile dalla Civita, la parte vecchia della città. Lo stesso nome antico del fiume è Sybaris. Ma quando si arriva a Castrovillari ci si rende conto che il Teatro non è solo elemento di un   patrimonio atavico… ma è nella stessa morfologia della città, che è come adagiata sul palcoscenico di un grande anfiteatro naturale, di cui il Massiccio del Pollino che l’abbraccia, costituisce la  presenza viva di un “Grande Spettatore”. O, ribaltando la prospettiva, la Montagna è lo spettacolo vivo che si offre quotidianamente, una perenne “Presenza narrante” che nei secoli non ha mai smesso di rappresentarsi agli abitanti con i suoi scenari storici e fantastici, le sue grotte, i suoi tesori nascosti, il suo “popolo” di briganti, angeli, pastori, contadini, uomini devoti e demoni, piante e bestie mirabolanti… attori protagonisti o figuranti… di storie, leggende, tradizioni. Il Pollino, l’antico “Monte di Apollo” (il dio delle arti mediche), ha anche avuto nella coscienza popolare un ruolo rivestito di sacralità, in quanto bosco d’elezione dei rimedi offerti dalla Madre Terra, un’infinita varietà e ricchezza di erbe curative dei mali del corpo e dell’anima che venivano  sapientemente dosate e utilizzate da mani esperte per essere offerte a chi ne avesse bisogno: al  ricco come al povero, agli uomini come alle bestie. Ed è facile immaginare come, in un mondo arcaico, l’antica “sapienza” legata alla natura, alle cose, e alla conoscenza del cuore umano, potesse sconfinare in un terreno occulto e a tratti pericoloso, la magia, in cui tutto ruotava intorno alle emblematiche figure dei magàri, le streghe e gli stregoni dell’epoca. Pozioni e filtri magici venivano preparati da loro per compiere le magarìe, gliincantesimi, i legamenti, reti magiche che si tessevano intorno a ignare vittime e, nelle mani dei personaggi più abietti, per realizzare riti negromantici e sacrileghi.

Riporto qui antichi versi magici tramandati oralmente: “Amami bedda, si mi vu bene/ sinnò ti fazzù amà cu magarìe/ Pigghju tri pili i nù nìvuru canu/ tri pitruzzedde i ‘nu crucivia,/ i mintu a buddi ‘nta  na cavudara/ e la scloma chi ni jiesse è magarìa…” (Amami bella, se mi vuoi bene/ altrimenti ti faccio innamorare con magarìe /Prendo tre peli di un cane nero/ tre pietruzze a un crocevia/ li metto a bollire in un pentolone/ e la schiuma che ne esce è magarìa…)  

Un patrimonio notevole questo, che non avrei mai avuto modo, non solo di conoscere, ma di comprenderne il cuore, senza la guida esperta di Ines Ferrante, Presidentessa di Mystica Calabria, ed il suo tratto profondo e amorevole nel parlare dell’antica cultura popolare, una passione di vita che arriva all’animo dell’ascoltatore e lo coinvolge. Uno degli obbiettivi fondamentali di Mystica, ad evidenziare che l’amore da solo non basta senza l’impegno, la ricerca, e tutta l’energia e il lavoro spesi per mantenere viva questa grande ricchezza, ce lo indica la stessa Ines nell’introduzione del suo avvincente libro “Le leggende popolari del Pollino” : “… Recuperare quelle tradizioni che scandiscono il vivere dei contadini e dei pastori del nostro territorio, quella religiosità che affondava le sue radici nel paganesimo, quelle feste, quelle credenze, quelle superstizioni, quella cultura orale e quell’immaginario popolare che, attraverso il calendario delle stagioni, davano senso al fluire di un tempo condizionato dagli influssi positivi e negativi della natura, testimone di rituali legati ai ritmi del lavoro quotidiano…” Nel giro cittadino che Ines ha fatto compiere a me e a Isabella Cunsolo, valente pittrice catanese premiata nelle Arti figurative, la conoscenza della Storia attraverso episodi, luoghi o monumenti,  è stata filtrata da un richiamo inevitabile alle storie del quotidiano, alle tradizioni e alle leggende, come due facce inscindibili della stessa medaglia. Attraverso il Corso principale, antico Piano dei Peri o Piano della pira (del pero) dove una volta la vecchia Castrovillari si affacciava alla campagna, delimitata da conventi, piazzette e palazzi storici, si attraversa il Ponte della catena che unisce la città nuova a quella vecchia. Qui lo sguardo si perde nella valle del Coscile, le cui acque, secondo la credenza popolare, rendevano sterili gli uomini e vigorose le donne. Questo fiume è talmente familiare agli abitanti che viene richiamato da tante poesie locali, come quella molto profonda in vernacolo di Francesco Ortale, pittore, scultore e poeta di Castrovillari, dedicata ad una quercia abbattuta, di cui riporto qualche verso :

‘U vintu jè rimasu senza jatu / Cuscilu s’é appuntatu c’a majurana /cchiù ‘on bbidi  nt’u spicchialu d’acqua/ e gridi “Addu jè quidd’arbiru giagantu?/ Picchì c’è dducu ‘ssu vacantu?” ‘Nu vucidduzzu senza cantu mó trintulij/ e fa lu pígulu addu prima facì ancunu rígulu…” (“ Il vento è rimasto senza fiato/ Coscile s’è fermato perchè la maggiorana/ più non vede lo specchio d’acqua/ e grida “Dov’è quell’albero gigante/ Perché qui c’è così vuoto?”/Un uccellino senza canto ora trema/ e fa un lamento mentre prima faceva un gran chiasso…” )

Passato il ponte si arriva al Castello Aragonese, che a tutti gli effetti è stato concepito per essere una prigione, la più terrificante del regno di Napoli, fatta costruire da Ferdinando I di Aragona per rinchiudervi i nemici e i ribelli, luogo di indicibili torture da cui non si usciva, né vivi né morti… C’è chi, in certe notti, racconta di udire nel suo Mastio, o Torre infame, il rumore sordo di catene sbattute alle pareti o lo schiocco di frustate, o di vedere una misteriosa figura di uomo a cavallo lungo l’unico tratto rimasto del camminamento di ronda… L’animo si rattrista a queste memorie, ma basta sollevare lo sguardo dalla tetra prigione sulla piccola montagna di fronte a noi per emigrare con gli occhi e col cuore in un’altra dimensione, e rendersi conto che, in così breve distanza, si realizza un passaggio di anni luce tra il mondo delle nequizie umane e quello della sacralità che appartiene ai Santi, agli angeli e agli uomini probi, di fede. Si tratta del Monte Sant’Angelo con la piccola Cappella della Madonna del Riposo, perché sorta in mezzo alla montagna in un luogo pianeggiante, adatto a fornire riposo a chi era diretto alla vetta. La Cappella fu costruita da un pio uomo che vi custodì l’immagine della Madonna a cui tutte le sere, risalendo la montagna, recava una lampada per illuminare il cammino dei viandanti notturni in quei luoghi. Sul Monte Sant’Angelo sono state trovate orme di piedi impresse nella roccia. Secondo la leggenda si tratta della Pidicata i San Franciscu, le orme di San Francesco di Paola in viaggio verso la Francia con i suoi confratelli, che in quel punto alto si voltò a benedire per l’ultima volta la sua Calabria, consapevole che non vi sarebbe più tornato.

Una bella poesia di Salvatore Rotondaro, poeta di Castrovillari, intitolata “A Madonna du Ripusu” ci ricorda i prodigi del Monte Sant’Angelo:

… cc’è ‘nna muntagnedda paesana/ addù ‘a tant’anni c’è nna chjisiedda/ ritunna, aggraziata e ttanta bbedda!/ Jè ddittu u “monticiddu” di Sant’Angilu/ picchì ci su’ vvulati ‘a supa l’angiuli/ quannu San Franciscu cc’è acchjanatu  / e ss’è qua ssupa ‘u Santi ripusatu…/ Si dici ch’a da dducu ha bbinidittu/ tutt’a Calabria soja , ‘nfinu allu Strittu…/ quannu jè jutu in Francia Pilligrinu/ alla corta di rre e ddi riggine;/ ‘A tannu tantu timpu jè passatu/ e dducu puru ‘i ‘mpronte t’ha lassatu/ sup’a nna grossa petra, mazzacana/ ‘stu Santu  calabbrisu, “paulanu”…/ C’è statu ‘nu divotu, da tant’anni/ chiamatu zi’ Nicola ‘u jettabbannu,/ cu’friddu, d’acqua e vvintu t’acchjanavi/ e alla Madonna l’ugghju t’appicciavi!…/

Un’altra montagna del Massiccio che ha ispirato leggende e fiabe è il Monte Dolcedorme, così denominato perché, da uno dei suoi versanti, pare una donna coricata. In corrispondenza della sua vetta, di notte, si può scorgere in cielo un grappolo di stelle che sembrano inseguirsi l’una con l’altra: in testa le due più grandi appaiate, e le altre a seguire, fra cui una stella più grande con accanto una piccolina. I pastori la chiamano “la costellazione dei ladri” e raccontano la leggenda secondo la quale  due ladri rubarono di notte due buoi a un contadino, il quale li vide e li seguì. Dopo un po’ anche la moglie del contadino, con il loro bimbo in braccio, si mise sulle tracce del marito per non restare sola. Alla fine partì alla loro ricerca anche il garzone della stalla preso dai rimorsi per non aver vigilato. Camminando per ore e ore, e non riuscendo mai a raggiungersi, i personaggi di questo fantastico corteo arrivarono in cielo… Questa vetta, chiamata Serra del Dolcedorme o Cozzo della Principessa, è protagonista di un’altra storia che pare lo scenario della favola della “Bella addormentata nel bosco”. La zona ospita molti esemplari di una grande e complessa specie arborea risalente all’epoca dell’ultima glaciazione, il Pino loricato, che è diventato il simbolo del Parco del Pollino, un “fossile vivente” che in Italia è presente solo in questi luoghi, con i suoi ritmi millenari a noi sconosciuti : alcune piante, infatti, sono state datate a più di novecento anni fa. Sulla cima le sagome di questi monumenti arborei  contorti e spesso ripiegati su se stessi dal vento, dal gelo e dalle intemperie, assumevano delle forme plastiche, quasi umane, per cui i pastori della montagna che, dal basso, le osservavano stagliarsi alla luce della luna, raccontavano, con timore reverenziale, che lassù vi fosse un luogo i cui abitanti erano addormentati in un sonno perenne... Sulla vetta della montagna c’è anche il luogo mitico in cui è nascosto il più antico tesoro del Pollino, custodito da famelici lupi che possono essere uccisi solo trafiggendone il cuore con uno stiletto di pietra. Così come avvolto da una paurosa leggenda è un animale mostruoso che si aggirava per il Massiccio, “u lifande-serpente”, un grosso serpente con la proboscide simile a quella dell’elefante, che risucchiava animali da pascolo ed era il terrore dei pastori. Fu ucciso proprio da questi grazie all’intervento di un magàro, uno stregone abile ad addomesticare sia i serpenti che gli elefanti. Continuando il nostro giro nella Città vecchia, Civita, la scopriamo piena di scorci caratteristici, di batacchi “apotropaici” sulle porte delle abitazioni, a forma di teste di leone o altre bestie che servono ad  allontanare il male e le “fatture” dalla famiglia che vi dimora, di “supporti”, arcate tra vecchie costruzioni, che testimoniano di riunioni di magàre, e di viuzze in cui sembrano ancora risuonare i fischi dell’uomo dei serpenti, “u ceravularu” che portava con sé una cassetta di rettili che obbedivano ai suoi cenni, a tal punto che i padroni di orti e terreni gli affidavano la disinfestazione dalle serpi. Scendiamo per la Giudecca, gli antichi orti degli Ebrei che qui dimoravano e potevano tenere in base ad un’ordinanza i banchi dell’usura esclusivamente sotto un “supporto”, e giungiamo  all’ultima tappa del nostro giro, la Chiesa di San Giuliano, avvolta da leggende che raccontano di messe celebrate nel passato alla presenza di un pubblico… di defunti.  Ai lati la suggestiva fontana del Cavaliere o dei Templari, con tre visi di Cavalieri, di cui quello centrale ha in mezzo alla fronte un simbolo esoterico datato dagli esperti almeno a 500 anni fa, a ricordarci che Castrovillari  fu anche sede di una domus  dei Cavalieri  Templari. Di fronte a noi il Colle dove si erge il Santuario di Santa Maria del Castello, Protettrice di Castrovillari, luogo dove la leggenda vuole che nel 1090 Ruggero, Conte di Calabria e Sicilia, figlio di Roberto il Guiscardo, ordinò di costruire un Castello che doveva dominare la città e servire da monito ai ribelli. Ma inspiegabilmente di notte crollava tutto quello che veniva costruito di giorno. Si cercò allora di scavare più a fondo per dare maggiore solidità,  ma dagli scavi venne fuori l’effigie della Madonna, e questo fu visto come un evento talmente miracoloso che Ruggero si convinse a costruirvi non più un Castello, ma una Chiesa, dove l’immagine sacra nei secoli successivi fu molto venerata. In virtù di questa leggenda, alle pendici di Santa Maria del Castello si compie il percorso inverso che abbiamo vissuto finora. Non è più la Storia da cui prendono vita le storie del popolo, la sua quotidianità e il suo patrimonio culturale, ma questa strada della vecchia Civita che porta al Santuario, universo minore di povera gente, di magàre ceravulàri, di leggende raccontate ai bambini sugli usci delle porte di ritorno dal lavoro dei campi o dalla mietitura… un giorno del 1535 è stata percorsa dalla Storia, quella che si studia sui libri. La leggenda aveva travalicato tutti i confini, e Carlo V d’Asburgo, l’Imperatore di un Universo su cui “il sole non tramontava mai”, la percorse religiosamente col suo corteo di ritorno dall’impresa di Tunisi, quando si volle recare dalla Madonna del Castello per omaggiarla e inginocchiarsi a pregare davanti all’effigie sacra. Ed ecco che giunge la risposta a ciò che mi chiedevo rispetto alla fioritura culturale di Castrovillari. Un popolo, riscaldato dalle proprie leggende e le cui tradizioni sono vive nella vita reale, è un popolo che fa fiorire l’immaginazione, che è il motore dell’apertura e del progresso. “L’immaginazione è più importante della conoscenza. La conoscenza è limitata, l’immaginazione abbraccia il mondo, stimolando il progresso, facendo nascere l’evoluzione” è una grande conferma che ci arriva dalla “sapienza” di un uomo come Albert Einstein. 

 

Maria Carmela Mugnano

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