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I falò di san Giuseppe

Ogni cultura, nel suo tempo e nel suo spazio, ha ereditato e costruito un sistema di valori che custodisce gelosamente, che vorrebbe difendere dalla dimenticanza, soprattutto in una realtà multiculturale come quella attuale.

Assistere ad un rito, esserne spettatore e attore, è un’occasione che si ripete a scandire il tempo, ma spesso tutto ciò non viene vissuto nella consapevolezza del suo valore, della sua origine, della suo divenire. Molte tradizioni tenute ancora in vita forse per abitudine, forse per un sentimento di appartenenza,  dovrebbero invece spingere a chiedersi quale sia il significato autentico di quel rito alla base del c'e' sempre  una storia e la sua evoluzione. Come il rito dei falò che non ha perso il suo carattere magico: da esso traspare un forte legame con le nostre radici e il desiderio di una vita più attenta ai richiami del nostro passato.  I falò di San Giuseppe coincidono con il passaggio dall’inverno alla primavera, momento di transito, momento disordinato e dunque soggetto allo scatenarsi delle entità negative, delle forze ctonie. L’accensione dei falò nei momenti di passaggio ha proprio lo scopo di esorcizzare il tempo e lo spazio, in virtù della funzione purificatrice e riparatrice del fuoco. Un rito primaverile, un magico rito agreste, per favorire una stagione feconda di frutti e di buoni raccolti, dopo la pausa invernale.  Al fuoco veniva attribuita una funzione catartica. Era il mezzo con cui l’uomo esprimeva il suo bisogno di dominare le forze della natura ed esorcizzare l’ignoto.  La luce che vince le tenebre.  L' accensione dei falò, o fuochi rituali, è consuetudine millenaria di derivazione pagana,  affonda le sue radici nella preistoria e si è tramandata in tutte le culture. In epoca antica il momento dedicato ai falò coincideva con l'inizio dell'anno che era anche inizio dell'anno agricolo, tra febbraio e marzo, stagione dedicata a Marte, dio dell'agricoltura e simbolo maschile di giovinezza e rinascita, legato all'elemento del fuoco e del sole. E'  probabile che all'origine di queste feste ci sia stato il ricordo del mito del fuoco che Prometeo rubò agli dei, per restituirlo agli uomini a cui Zeus l'aveva sottratto per punirli della loro empietà. Per il suo gesto Prometeo venne  incatenato ad una rupe del Caucaso, dove ogni giorno un'aquila gli mangiava il fegato che ricresceva durante la notte rendendo il supplizio eterno. Secondo diversi studiosi i riti dei falò sarebbero riconducibili anche ai culti dionisiaci diffusi in tutto il Mediterraneo, ma la Chiesa non accettò gli antichi riti propiziatori pagani dei tempi greci, romani (fucarun) e germanico-medievali, e, non potendo eliminare del tutto queste usanze così radicate nella vita dei contadini, cercò di attribuirvi una connotazione cristiana, così i falò furono consacrati ai santi durante particolari celebrazioni popolari. In questo contesto, si colloca la festa di san Giuseppe, il quale, con la devozione a lui rivolta, ha sostituito le antiche divinità ancestrali.  Il giorno di San Giuseppe precede di poco il 21 marzo che segna ufficialmente l’inizio della nuova stagione. E' l’equinozio di primavera che le antiche culture agro-pastorali hanno sempre festeggiato come rinascita della natura dopo il torpore invernale. L' equinozio di primavera celebrava il risveglio della natura, il ritorno alla "vita",  la fertilità della madre Terra.  Era il momento della rinascita, dei nuovi progetti, il momento in cui era possibile realizzare quei sogni che  nati nel periodo freddo.  Era il momento adatto per aprirsi ai sentimenti e viverli nella loro totalità.  Durante la giornata venivano irrigati i campi e venivano accesi dei fuochi rituali sulle colline:  più rimanevano accesi, più fruttifera sarebbe stata la terra. Il giorno e la notte sono in equilibrio e la forza del sole sta crescendo.  Un tempo i contadini raccoglievano i rami secchi nelle loro campagne per poi farne un enorme rogo e spargere le ceneri nei campi per propiziare il raccolto. All'alba dopo aver fatto il giro tre volte intorno alla cenere lasciata dal falò, se ne raccoglieva un po' e la si passava anche sui capelli o sul corpo, per scacciare le avversità, mentre tizzoni accesi venivano portati nel focolare delle proprie case come protezione dagli spiriti maligni. E nel rito l’usanza di mangiare in questo giorno ‘lagane e ceci’ deriva probabilmente dall'antica consuetudine di distribuire ai poveri le 'juraglie costituite da pane, frutta e legumi secchi a rappresentare i rimasugli dell’inverno, che, una volta consumati, saranno rimpiazzati dal prodotto del nuovo raccolto. Le lagane e ceci sono conosciute già nell'antichità:  il laganon greco e il laganum romano, sono considerati i progenitori certi della pasta fresca; nel 35 a.C. il poeta Orazio così descrive nelle “Satire” la propria cena: “… quindi me ne torno a casa alla mia scodella di porri, ceci e lagane”. 

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