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Il culto di San Giovanni tra storia e tradizione

Ai piedi di monte Sant’Angelo si apre una valle di lussureggianti canneti e alti pioppi, profumata di menta, dove si trovava la fontana di San Giovanni, costruita, secondo il Casalnuovo, ”dalla nazione francese a tempo che possedevano loro queste terre…”.

Nei pressi vi era anche la Commenda di San Giovanni Gerosolimitano, fondata al tempo di Ruggero il normanno, duca di Calabria, che si accrebbe sempre più, nei secoli successivi, per terreni e per rendite,  “con nel mezzo un bellissimo palazzo della Serenissima Religione dei Cavalieri di Malta..con una bellissima chiesa di detto santo fatta alla greca e con pitture antiche e vi è ancora un bellissimo parco e giardino…”. Nel 1600, dall’acqua di San Giovanni si propagò nella città di Castrovillari un morbo pestifero che provocò una grande mortalità, e il popolo castrovillarese ricorse a preghiere a Santa Maria della Valle, San Sebastiano e San Rocco, per ricevere la grazia. La sacra immagine di San Giovanni si venerava molto, presso il popolo castrovillarese, anche nella chiesa dell’Ospedale dei Poveri e, sin dalla seconda metà del 1500, si stabilì che ogni anno, dal 18 al 24 di giugno, giorno dedicato al santo, si tenesse una grande fiera lungo l’oliveto in Piano dei Peri acquistato dai preti che si occupavano sia della chiesa che dell’ospedale. L’Ospedale dei poveri, soppresso e poi riaperto nel 1840 come Ospedale Civile, si trovava dove ora è l’edificio dell’Archivio di Stato. La sua fondazione  fu fortemente voluta da un nobile e ricco cittadino castrovillarese, Sigismondo Lopez, che lasciò per testamento mille scudi necessari per la costruzione dell’ ospedale il quale fu innalzato, forse, nei pressi di un’edicola votiva della Madonna che ricordava quella venerata nella chiesa degli “Odeghi” a Costantinopoli. Questo tipo di Madonna, chiamata “Hodigitria”, era invocata a protezione dei viandanti perciò le cappelle e le chiesette dedicate a lei sorsero sempre ai margini delle strade maestre. All’edicola si sostituì dunque anche una chiesa, che prese il nome di S. Maria di Costantinopoli, a tre navate, in stile barocco, e con una serie di altari sui quali erano opere di pittori e scultori locali, conosciuta ora come chiesa di San Giuseppe, poiché nel 1800 vi si trasferì la Confraternita di San Giuseppe. La tradizione ricorda che, in occasione della fiera di San Giovanni, il sindaco dell’ Universitas, cioè del municipio di Castrovillari, con una solenne cerimonia, innalzava la bandiera della città sul campanile della chiesa. Durante la fiera arrivavano a Castrovillari gli agricoltori e gli allevatori di tutti i paesi vicini per vendere i loro prodotti e il loro bestiame. Come ben si sa la fiera si tiene ancora oggi, ma  è  molto cambiata da allora e ha assunto le caratteristiche di un mercato moderno. Il culto di San Giovanni che, secondo la chiesa cattolica, sarebbe nato esattamente sei mesi prima di Cristo, vanta una tradizione antichissima, non solo a Castrovillari ed in Calabria, ma in tutta l’Italia e l’Europa. Ricchi di credenze pagane e con uno strano miscuglio di riti sacri e profani, culti e superstizioni differenti avvolgono le notti tra il 23 e il 24 giugno, giorni del solstizio d'estate. Tra mistero e magia, quando il sole e’ alla massima inclinazione, quando il giorno è più lungo e la notte più breve e tutte le piante e le erbe sulla terra vengono influenzate con particolare forza e potere da una positività nuova, la festa dedicata a San Giovanni ha un sapore antico e popolare che si tenta oggi di recuperare. Durante il solstizio d’estate, infatti, il Sole, per alcuni giorni, sorge e tramonta sempre nella stessa posizione, relativamente all'orizzonte,  ed è come se si "fermasse", come se “sostasse”, nel punto più alto del cielo, allo zenit. Durante il solstizio, il Sole, simbolo del fuoco, entra nel segno del Cancro, segno d'acqua dominato dalla Luna. Secondo l'immaginario collettivo Sole e Luna,  fuoco e  acqua, luce e ombra, maschio e femmina, positivo e negativo, si uniscono e si  fondono, generando energie positive e benefiche sull'intero pianeta. Il sole sposando la luna concede agli uomini gli usi arcani del fuoco e della rugiada, di tutte le piante e le erbe della terra che, in questo breve ma intenso arco di tempo, vengono influenzate con particolare forza e potere. Da sempre  l'umanità  ha omaggiato il Sole, fonte principale della vita e del divino che si erge in tutto il suo splendore. Dal 24 giugno, poi, il Sole riprenderà i suoi normali "spostamenti” e il suo percorso è interpretato come un ripartire del ciclo stesso della vita. Particolarmente mistica è, dunque, da tempi immemorabili, la vigilia della festa di San Giovanni:  una notte prodigiosa, una leggenda pagana durante la quale rivivevano folletti dispettosi e le streghe si davano convegno attorno al più antico albero di noce (piantato dai contadini a distanza dagli altri alberi da frutto perché la sua influenza negativa non contagiasse il terreno su cui poggiava) per compiere i loro sortilegi e, con i frutti di questo albero ermafrodita, colti ancora verdi e madidi di rugiada, preparare il nocino, il portentoso liquore con cui i sacerdoti druidici ricavavano pozioni ritenute magiche. Sembra che la ricetta del “terapeutico” nocino o anche il vino “nociato” e “nocellato” sia stata portata in Italia dai francesi, infatti  il culto del noce come “albero delle streghe” era di origine druidica e fu esportato dai Britanni. Per difendersi dalle magàre alcuni contadini, prima di andare a dormire, ponevano dietro la porta di casa delle scope.  All’alba del 24 giugno candide lenzuola venivano stese sull’erba per raccogliere gocce purificatrici di rugiada stillanti e nei campi impregnati di rugiada giovani donne vi  si rotolavano  se desideravano molti figli. La rugiada stillata faceva crescere i capelli, favoriva la fecondità, curava la pelle ed allontanava le malattie. Grandi falò venivano accesi durante la notte, su dossi o in cima alle colline, in onore del sole, per propiziarsene la benevolenza e rallentarne idealmente la discesa, per purificare e tenere lontano gli spiriti maligni. Spesso con le fiamme venivano bruciate fascine, tra grida e canti e si faceva passare il bestiame tra il fumo dei falò, in modo da togliere le malattie e proteggerlo sia da queste sia da chiunque vi potesse gettare fatture e malie. Si bruciavano anche le vecchie erbe, secche e marce, e si raccoglievano le nuove ed odorose specie di piante e fiori. Diverse sono le erbe “care” al santo, perché pare abbiano particolari poteri benefici e terapeutici e sono in grado di scacciare ogni malattia. Raccolte durante la vigilia con alcune di queste erbe (più precisamente foglie e fiori di lavanda, iperico, mentuccia, ruta e rosmarino) si preparava “l’acqua di San Giovanni”. Messe in vecchi bacili colmi d’acqua che si lasciavano per tutta la nottata fuori casa, servivano  contro il malocchio, la malasorte e le malattie ela loro acqua “magica”, veniva impiegata per abluzioni rigeneranti e curative. Le erbe più note sono l’iperico detto anche erba di S. Giovanni, i cui fiori durano un giorno, l’artemisia o assenzio volgare e dedicata a Diana - Artemide, la verbena protettiva anch’essa, detta anche l’ erba della doppia vista, poiché si credeva che bevendone l’infuso si vedessero realtà nascoste, e il ribes rosso che protegge dai malefici. Oltre a quelle sopra citate erano anche ricercate Vischio, Sambuco, Aglio, Cipolla, Lavanda, Mentuccia, Biancospino, Corbezzolo, Ruta e Rosmarino, la ginestra, i fiori bianchi della cosiddetta “erba della Madonna”, le foglie di alloro. Anche le lumache, in questa notte, assumevano un significato particolare: le corna delle lumache simboleggiano la luna e il suo ciclo di crescita e decrescita, rappresentato dalle cornine, per cui, cucinarle e mangiarle avrebbe scongiurato malanni e  rischi di "corna" in casa, preservando dalla sfortuna e dal malocchio. Come dice il detto, "San Giovanni non vuole inganni”, la notte della vigilia della sua festa era legata anche a diverse forme di divinazione, utili soprattutto per favorire i fidanzamenti, per  vaticinare presagi di futuro amoroso e matrimoniale e per  annullare sortilegi e malefici.  Così, i cardi selvatici in fiore si ponevano in una buca e se al mattino successivo erano fioriti, la fortuna sarebbe stata amica, altrimenti si sarebbe verificato il contrario. Si diceva anche che le fanciulle castrovillaresi si astenessero dal raccogliere la menta per adornarsi il petto, perché quest’erba lo faceva avvizzire. Ancora, raccogliere e conservare  24 spighe di grano per un anno serviva, come amuleto, contro le sventure, fare un mazzolino di 3 spighe di grano marcio e buttarlo nel fiume liberava il grano il grano che si stava per mietere da erbe nocive, raccogliere a mezzanotte un ramo di felce e custodirlo in casa aumentava i guadagni.

In foto lacerto di affresco raffigurante il Battista (Protoconvento francescano - Castrovillari

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