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La settimana santa a Castrovillari

La Pasqua è una delle più solenni e suggestive celebrazioni cristiane, ma molti aspetti del suo rituale ricordano, in un certo senso,  antichi riti pagani. Il popolo castrovillarese, come succedeva anche in tutti i paesi della Calabria,

sentiva profondamente questa festa, tanto che, già a partire dal primo venerdì di marzo, i membri della confraternita della Morte e di San Leonardo si ritrovavano nella chiesa di Santa Maria delle Grazie e provvedevano ad assegnare ai fedeli le statue di legno o gesso e cartapesta (chiamati “misteri”) che rappresentavano i vari personaggi  della Via Crucis e che sarebbero state portate in processione il Venerdì Santo.  Così il lunedì, successivo alla benedizione delle Palme, incominciava quella che veniva chiamata  la “settimana santa”, durante la quale ogni famiglia devota osservava il lutto per la morte di Gesù: i contadini non si radevano, i pastori toglievano al loro bestiame campanacci di ogni tipo, i maniscalchi non battevano il ferro, e le donne non scopavano la casa, rifacevano alla buona il letto, allimirsandolo e toglievano le ragnatele con 'a vrugghia un'erba pungente dallo stello lungo. La sera del Lunedì Santo nella chiesa della Madonna del Castello avvenivano 'i tremiti o “tremore”, ossia durante la lettura della Passione di Gesù, giunti al punto in cui si legge «e, reclinato il capo, spirò, tutti i fedeli presenti iniziavano a battere sugli inginocchiatoi libri, bastoni  e tutto ciò che avevano in mano per produrre un terribile frastuono che rievocasse il terremoto verificatosi alla morte di Gesù. Era un momento molto intenso e ricco di pathos.  Infatti in quell’occasione la passione di Cristo veniva letta, dialogata e cantata da tre sacerdoti. La stessa cerimonia si svolgeva anche il martedì, nella chiesa di San Giuliano e il mercoledì, nella grande chiesa ottocentesca della SS. Trinità.  Il Giovedì Santo veniva poi rappresentata in tutte le chiese l’ultima cena di Gesù, e diversi storici locali ricordano quella, particolarmente suggestiva e solenne che avveniva nella chiesa della SS. Trinità, allorché dodici fanciulli, scelti solitamente tra le famiglie più povere, in tonache blu rappresentavano gli Apostoli, mentre un sacerdote impersonava il Cristo. Si ripeteva il lavaggio dei piedi e la benedizione dei pani, in forma di “tortini” dolci.  Quindi le popolane con la veste pieghettata nera (curittu) e il panno sul capo visitavano nelle chiese del paese, seguendo un numero dispari di visite, i cosiddetti  “sepolcri” esposti nelle chiese,  semi di grano messi a germogliare al buio in un piccolo vassoio, addobbati con fiori e carta crespa di vari colori . In epoche remotissime questi “sepolcri” venivano offerti ai defunti, a memoria dei riti greci in onore di Adone, una sorta di orticelli simbolici, chiamati  i "giardini di Adone”, per ricordare la morte e la resurrezione di Adone, personificazione solare.  Le chiese rimanevano aperte tutta notte per permettere anche ai briganti e alla gente perseguitata dalla giustizia di pregare.  Gli uomini, avvolti nelle pesanti cappe, con trombe, tamburi  e tocca-tocca andavano di chiesa in chiesa a suonare meste melodie di poche note che volevano ricordare l'affannoso lamento di Maria alla ricerca del Figlio Gesù. Il Venerdì Santo c’era la cosiddetta “messa strazzata” cioè priva della consacrazione dell’Ostia, quindi la solenne processione, durante la quale venivano portati a spalla i “Misteri” e, cosa molto originale, veniva condotto e reso ben visibile a tutti un gallo vivo ma ubriaco per evitare che cantasse, a rievocazione della famosa frase che Gesù rivolse a Pietro: “Prima che il gallo canti mi rinnegherai tre volte”.  I fedeli che sorreggevano i “Misteri” erano vestiti con  tonache bianche ed un cordone intorno alla vita. Vi erano anche diversi bambini, anch’essi in tonaca bianca, ma con una fascia rossa ed una piccola croce di legno in mano. La processione raggiungeva la chiesa della Madonna del Castello e qui, nello spazio antistante l’edificio sacro, avveniva il cosiddetto “incanto dei misteri”, cioè una sorta di asta pubblica delle statue, al miglior offerente devoto.  Molti anziani ricordano ancora oggi un personaggio caratteristico di quella processione, un certo Nicola da Pescara, un uomo piccolo, piccolo, noto anche come  “Nicola u jettabbannu”, che  nella nostra cittadina faceva il banditore. Questi, a piedi nudi, cintosi il capo con una vera corona di spine, trascinava una grossa e pesante catena di ferro, che pare un tempo, fosse servita per il ponte levatoio della porta di accesso all’antica città di Castrovillari. Insieme a lui altri personaggi rappresentavano simbolicamente i vari momenti della via Crucis tra cui un altro uomo, anch'egli scalzo e vestito di bianco ma con il capo ricoperto da un cappuccio per non farsi riconoscere che portava sulle spalle una pesante croce di legno. Anche i bambini seguivano la processione con tonaca bianca e fascia e, «in mano, una piccola croce di legno pagata due soldi».  Nei giorni seguenti, si attendeva la resurrezione di Cristo e solo quando si sentivano le campane annunciarla, nelle case si infornavano i tipici dolci pasquali, “cici”, “cuddure” e  “cudduruni”, che erano una sorta di pani circolari, ornati con uova sode e le nostre antiche popolane bussavano con forza ai granai o negli “stipi” della loro cucina che contenevano cereali, per augurarsi un buon raccolto. Così, la domenica di Pasqua, si celebrava con un pranzo ricco e  delizioso, ma prima di sedersi a tavola, c’era l’usanza che i figli dovessero baciare le mani  al padre e chiedere perdono. Anche il lunedì era uno straordinario giorno di festa: comitive di parenti ed amici si ritrovavano per lo più, su monte Sant’Angelo, nei pressi della piccola chiesetta della madonna "u ripusu",  per la cosiddetta “pasquetta”, un vero e proprio pic-nic all’aperto durante il quale, al suono di zampogne, tamburelli, organetti e chitarre, si ballava e si cantava fino all’ora del crepuscolo. Un antico poeta castrovillarese dell’800, ne descrive in versi la memorabile giornata. Fedele Carelli, rivolgendosi ad una certa Angiola, le chiede il perché non sia andata anche lei, “ca ‘oje onn’è iurnata i pigghià u fusu” e le descrive la moltitudine di gente presente sul monte, “ierimu na murra a l’anchianade, tutti prijate nfaccia…”, ma l’allegra brigata giunge soltanto quando il prete aveva finito di dire la novena ed iniziava la predica. Il poeta ricorda come davanti la porta della chiesa vi erano rivenditori di castagne, garrubbe e “raffaiuli,acquavite e pupe e gaddi, e sporte di piretti e purtugaddi..” , ma egli non ascolta le parole del prete e si distrae guardando la folla e le persone “d’ogni bicinatu”. Terminata la funzione religiosa, a gruppetti, ci si siede nello spiazzo e si consumano le appetitose provviste,“e, fuiennu, arrivamu a la chianura e n’assittamu ‘nterra tutti quanti, cu cacci tannu u ciciu e cu ‘a cuddura, e supa i stuiavucchi spasi ‘nnante n’apparata  ‘i iaschi e vummuliddi, e gòva, e suprissati e sauzizziddi" tanto che tutti si fanno “a panza varra varra”. Si chiacchiera, si ride, si raccontano barzellette, poi un suonatore piglia la chitarra e comincia ad accordarla, "e ‘ncignamu a baddà tutti a ‘na vota, pi ni ni fa ‘na menza sguliata, e zumpavamu tantu a lu ballettu chi parjmu  piruzzuli ‘i spinetta”. Tutti ballano, la quadriglia e la tarantella, quindi si riprende la discesa, riempiendo “i maccaturi” di “cipudde” , cioè bulbi di alcune piccole piantine selvagge che ricoprono il monte, ma poiché il sentiero è intasato di gente, i furbi, cominciano a buttare i bulbi cosicché per evitarli, la folla si scansa facendo largo e permettendo di passaggio. A dire il vero a Castrovillari questa sorta di pic-nic continuava anche il giorno seguente, quando le stesse comitive raggiungevano le “Vigne”, un’altra splendida zona del nostro territorio e lì consumavano ancora  salsiccie, soppressate, uova, formaggi e vino a volontà!

 

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