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Il Carnevale di Castrovillari e del Pollino

Da sempre l’uomo ha sentito il bisogno di compiere rituali di purificazione che espellessero il male e rinnovassero la vita, propiziando la natura e il ciclo delle stagioni. Il mondo pagano si è costituito e costruito su queste antichissime consuetudini a cui tutti partecipavano liberamente, tra danze, musiche, travestimenti e burle giocose.

Già gli Egizi, circa quattromila anni fa, festeggiavano con  particolari cerimoniali la fertilità dei campi e il rinnovarsi della vita, onorando la grande dea Iside. Eppure è solo guardando alle leggendarie e licenziose feste Dionisiache greche e, ancor più, alle mistiche celebrazioni dei Saturnali romani che arriviamo a comprendere il senso più antico e profondo della magica festa del Carnevale.  Una festa che scioglie e disgrega temporaneamente la società, una festa che rovescia la realtà civile e cede lo spazio agli scherzi e alle dissolutezze. Attraverso la gioia e l’ incontenibile frenesia,  i popoli antichi si lasciavano andare a giorni di piaceri e di lascivie, dimenticando le regole, le leggi, le norme etiche che soltanto a festeggiamenti conclusi sarebbero state ripristinate. La frase  latina "carnem levare" da cui trae l’origine etimologica il Carnevale,  indica infatti quel banchetto in cui era vietato mangiare la carne che si svolgeva prima della Quaresima, periodo di astinenza e digiuno che precedeva la Pasqua, mentre la personificazione di Re Carnevale, un grottesco fantoccio realizzato con paglia e vecchi stracci che al termine dei festeggiamenti viene sacrificato, è una tradizione medievale che risale alle popolazioni barbariche.  In sintesi si può dire che la festa del Carnevale celebra l’uguaglianza, il contatto libero e spontaneo tra le persone, l’autenticità dei rapporti umani, e soltanto l’ assurda condanna a morte di Re Carnevale, capro espiatorio di ogni male, bruciato nella piazza principale, diventa il simbolo di un sacrificio comune teso a ristabilire quei ruoli ribaltati e a riportare l’ordine. A Castrovillari, nel territorio del Parco Nazionale del Pollino,  la festa del Carnevale è da sempre particolarmente sentita e vissuta, sebbene abbia assunto, nel corso del tempo, caratteristiche nuove e diverse. Oggi è una sfolgorante parata di carri allegorici, di gruppi folkloristici nazionali ed esteri e di maschere bellissime e sfarzose, ieri era un popolo ebbro e sfrenato che faceva baldoria,  girovagando per le strade mascherato, alla ricerca di vino e carne. Erano vecchi e giovani, tutti travestiti, ad inscenare straordinarie farse spontanee, era l’ilarità di una folla esultante e godereccia. Come ricordava il grande studioso di folclore castrovillarese Aldo Schettini, «i giovani più “scapigliati”, solitamente in gruppo, amavano mascherarsi da diavoli, “con tanto di coda e di corna”,  e  con tridenti e pali, improvvisare danze “infernali” lungo le vie della città, coinvolgendo tutti quelli che incontravano; “si dividevano, si allontanavano, si arrampicavano sui davanzali dei balconi” alla ricerca di quelle salsicce, sopressate e pezzi di lardo che i nostri contadini usavano tenere appesi in cucina».  Lo studioso descriveva anche, con una certa nostalgia, la sua gioia di bimbo travestito da terribile demonietto, gli allegri festini che si organizzavano ora in una casa ora in un’altra, il grottesco funerale di re Carnevale, durante il quale le cose più ridicole e banali venivano presentate con la più naturale solennità ed il meraviglioso carro in cartapesta che, durante la ventitrèesima edizione del Carnevale castrovillarese portò alla ribalta Brigantino, la maschera dello spaccone, libero e spensierato, che in un certo senso imitava quella calabrese di Giangurgolo .  Anche la studiosa di tradizioni popolari Maria Zanoni ricorda come «alla fine degli anni quaranta Ciccillo ‘u crujjanìso, un uomo alto e robusto, travestito da donna, con al collo una collana di peperoni secchi e accompagnato da Micuzzo Chiarelli, che faceva la parte del marito, portava a passeggio nella carrozzina il “bambino”, impersonato da Biasìno ‘u muranìso, un ometto di bassa statura che gli arrivava appena alla cintola. Il bambino, con la cuffietta in testa ed il ciuccetto in bocca, se ne stava così rannicchiato; ogni tanto frignava e, dimenava le “gambe pelose” tra l’ilarità del pubblico».  Spesso quei momenti di entusiasmo e follia popolare esplodevano in forme licenziose con conseguenze anche pericolose e soltanto in tempi recenti sembrano essere stati corretti e disciplinati piuttosto in uno spettacolo artistico e culturale, eppure l’atmosfera carnascialesca castrovillarese non ha mai perso il suo irresistibile fascino e rimane ancora una festa unica, tutta da vivere con intensità e gioia. Le fantasmagoriche, interminabili sfilate di maschere che si snodano per le vie del paese, nei pomeriggi della domenica e del martedì di carnevale, hanno assunto, negli ultimi tempi, proporzioni grandiose, con una partecipazione sempre più numerosa di pubblico e di partecipanti. Tenerissima e divertente è anche la sfilata delle “mascherine”, oggi chiamato il “Carnevale dei bambini”, che si tiene nella mattinata della domenica e alla quale partecipano, appunto i piccoli rigorosamente travestiti, sotto lo sguardo attento ed emozionato dei genitori. Il grande evento carnascialesco spesso si svolge sotto l’inclemenza delle condizioni atmosferiche, che tuttavia non scoraggiano i protagonisti né gli organizzatori della manifestazione e così, di anno in anno, il Carnevale castrovillarese è un fenomeno di indiscusso successo. Proprio come fu quella sontuosa festa da ballo, che si tenne nel 1891 a Palazzo Turco, durante i festeggiamenti di un lontano carnevale castrovillarese dell’Ottocento,  rimasta memorabile nella storia della città, ma che, purtroppo,oggi, le giovani generazioni non conoscono. In quell’occasione era stato invitato tutto il paese, ovviamente  in maschera. «Nel grande salone bianco era stato dipinto su tela un enorme pulcinella, mentre un festone dorato girava tutt’intorno al soffitto. Le pareti, adornate con persiane a colori, davano l’illusione di grandi arazzi. I vani dei grandi balconi furono adornati di piante e l’illuminazione fu improvvisata con lumi a petrolio e steariche a profusione.  La folla accorsa fu semplicemente enorme e tra gli invitati giunse l’ormai anziano marchese Gaetano Gallo. Tra le maschere  vi era una compagnia di arabi, quattro coppie di lancieri, una gheshia, alcune odalische, un cane, un’Arlecchino, un Pulcinella, un gallo, una farfalla variopinta. Si danzò per tutta la notte e l’alba: il sole era già alto quando le maschere lasciarono le sale del palazzo riversandosi per le strade tra la viva curiosità del popolo» Questi ricordi di un’epoca antica testimoniano la giovialità e la concordia della nostra bella cittadina, che si rinnovano particolarmente durante il Carnevale, lasciando da parte, se pur soltanto per pochi giorni, l’amarezza della quotidianità.

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