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Giorgio Castriota Skanderbeg e Dracula: alleati in guerra, amici nella vita

Sia Giorgio Castriota Skanderbeg che Vlad III Tepes più noto come Dracula, entrambi storicamente ricordati come  eroi nazionali nelle rispettive terre d'origine, l'Albania e la Romania, per la difesa del cristianesimo e della patria, appartennero all' Ordine del Drago. L'ordine del Drago era un ordine militare e cavalleresco, una lega di mutuo soccorso nata per contrastare l’espansione dei Turchi.

Fondato nel 1408 dall'imperatore del Sacro Romano Impero Sigismondo di Lussemburgo, da Alfonso d'Aragona re di Napoli,  dal padre di Giorgio Castriota Scandeberg e da Vlad II, cui succederà Vlad III Tepes che prenderà il nome Dracul proprio dall’adesione all’ordine del Drago e dall’aver adottato nel suo blasone il simbolo del Drago. Tra gli altri i cavalieri dell'Ordine del Drago, ricordiamo anche re Ferrante d'Aragona, "proprietario" del castello -prigione  di Castrovillari.  L'ordine del Drago aveva lo scopo di rafforzare la difesa della comunità cattolica da possibili attacchi dei turchi e comportava alcuni obblighi, incluso quello di vestire di nero in segno di penitenza ogni venerdì e di portare sempre l’insegna del Drago. L’insegna rappresentava un dragone prostrato con le ali distese, che pendeva da una croce verde contenente il motto “O quam misericors est Deus, justus et pius”. Il simbolismo era destinato a ricordare che Cristo aveva conquistato il principe delle tenebre con la Sua morte e resurrezione. I familiari, le vedove ed i figli degli aderenti all'Ordine del Drago  diritto di asilo e protezione in caso di necessità. Dopo la morte del marito, la vedova Skanderbeg,  la nobile Andronica Arianiti Comnena si rifugiò a Napoli ospite del re Ferrante d’Aragona. Al suo seguito, oltre al figlio Giovanni, aveva con sé una bambina di sette anni, Maria che lei presentava come figlia di sua sorella, ma che altri non era che la figlia di Vlad III il cui nome di famiglia era Balsarab, da cui il cognome della bimba, Balsa. Maria fu affidata alla famiglia dei regnanti albanesi Skanderbeg, proprio in virtù del fatto che questi erano membri dell’Ordine del Drago che assicurava reciproca assistenza estesa anche ai familiari dei suoi associati. E’ da escludere che Maria fosse davvero la nipote di Andronica Comnena, poiché è storicamente accertato che la nipote, che anche faceva di nome Maria, andò sposa a Bonifacio III di Monferrato. E’ anche da escludere, come qualcuno sostiene, che la bambina fosse l’ultima discendente della famiglia Balsic, ramo montenegrino della famiglia napoletana Del Balzo, poiché in tal caso la bambina sarebbe stata certamente accolta dalla potente famiglia del Balzo anche per una questione di onore familiare. Maria Balsa fu adottata da re Ferrante d’Aragona e  fu data in sposa a un nipote del re, Giacomo Alfonso Ferrillo, appartenente ad una nobile famiglia napoletana di origine spagnola che aveva il suo palazzo in via Tribunali accanto alla chiesa di S. Maria delle anime o Purgatorio ad Arco, fatta costruire dalla stessa Maria. Giacomo Alfonso fu nominato conte e gli fu assegnato il possedimento di Muro Lucano e Acerenza. Nel chiostro della chiesa di S. Maria La Nova a Napoli (spostato dall’interno della chiesa stessa)c'è un monumento funebre  fatto costruire alla fine 1400 dalla famiglia Ferrillo. La tomba attualmente è vuota e ha sulla facciata anteriore un bassorilievo che rappresenta un drago.  All’interno della chiesa, dove originariamente era situato il monumento funerario, c’è una iscrizione in una lingua sconosciuta che al momento non è stata ancora decifrata e che potrebbe chiarire il mistero della sepoltura. Immediatamente a destra di questa tomba si trova un altro monumento funerario con una scritta che indica essere la tomba di Andronica Arianiti Comnena, la vedova di Skanderbeg. Nella parte anteriore è scolpito chiaramente il nome “Maria” come se la stessa fosse stata utilizzata anche per ospitare i resti mortali della figlia di Dracula. Soltanto la traduzione dell'iscrizione e l'analisi identificativa dei resti contenuti nei monumenti funebri potrebbero chiarire la verità storica.

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