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Necco e il primo brigantaggio nel Pollino

Siamo all’epoca del primo brigantaggio scoppiato durante il decennio francese, dagli inizi dell’800 fino al 1811, quando il generale Manhès sgominò, con metodi assai feroci, briganti e brigantesse.

Lo storico Cristoforo Pepe in «Memorie storiche della città di Castrovillari» ci racconta che il generale francese Peiry, come aveva già fatto con il famoso bandito Re Coremme, riuscì a mettere in fuga anche il maggiore Giuseppe Necco, spietato brigante che aveva occupato Mormanno. Scrive a tal proposito lo studioso Francesco Fazzari: «tra le vicende degne di menzione che riguardano il Necco vi è certamente il sostegno dato ai contadini di Pedali, oggi frazione di Viggianello (PZ), nella rivolta al potere per sottrarre all'arresto un popolano, Francesco Palazzo, difensore della plebe immiserita e desiderosa di avere un capo che fosse in grado di difenderla contro gli egoisti e gli avidi padroni di terra. In tale occasione, i contadini di Viggianello, considerati ormai brigants, videro nel brigante calabrese la loro bandiera, l’unico che avrebbe potuto difenderli dagli attacchi del colonnello Grasson. Giuseppe Necco indicava nei ricchi “galantuomini” i nemici della povera gente. Il brigante e ufficiale di Scalea rivestì un importante ruolo negli scontri e nelle battaglie svoltesi nel periodo del brigantaggio da Maratea ad Amantea e negli innumerevoli combattimenti consumatisi da Lagonegro a Rivello, da Lauria a Trecchina, da Aieta a Orsomarso e fino a Paola. Fu durante l’assedio di Maratea che Necco si scontrò con Giovanni Lancellotti, personaggio natio dell’allora Cipollina, oggi Santa Maria del Cedro. Si racconta che il brigante scaleaoto fece cenere delle abitazioni del Lancellotti il quale, ritiratosi in Lucania, venne successivamente investito del governo di Orsomarso. Si dice che il Necco fosse figlio di un prete di Scalea, tal Biagio Rinaldi, anch’esso feroce brigante, di cui resta l’immagine di un sanguinario che combatteva con un crocefisso in una mano e la carabina con la canna intarsiata d’argento nell’altra. Oltre che essere ricordato per la difesa dei poveri contadini, però, il Necco riassume anche la figura di un feroce combattente.  A tre suoi compaesani, che lo avevano denunciato ai francesi, fece tagliare la testa e, scarnificati i crani, giocò a bocce con questi dinanzi la Torre Talao. Si rese anche artefice di sequestri di persona, tra cui ricordiamo quello di un ricco proprietario terriero di Diamante, liberato soltanto dopo aver pagato un ingente riscatto.  Bandito e capomassa entrò a far parte dell’esercito borbonico, giungendo al grado di colonnello e terminò i suoi anni a Napoli con una ricca pensione a carico dell’erario regio».

immagine tratta da Colonna mobile in Calabria, 1852, Horace Rilliet

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