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La Grande Guerra raccontata in una mostra

Gli anni tragici della I Guerra mondiale condensati in un’accurata mostra documentaria e didattica ovvero come raccontare il complicato e non sempre noto intreccio di vicende belliche e storie umane,

di miserie e dolori, di eroismi e sacrifici di quella che è passata alla Storia (con la S maiuscola, stavolta) col nome e cognome – involontariamente beffardi – di Grande Guerra e che in realtà è stata un’immane carneficina maledetta dall’irruzione di nuove e sempre più sofisticate armi di distruzione di massa. Questo e altro ancora è “Ta-pum – Sui sentieri della Grande Guerra (1915-1918)”, l’interessante e visitatissima mostra inaugurata al Castello aragonese di Castrovillari il 4 novembre scorso e aperta sino al 30 gennaio prossimo venturo, da un’idea progettuale dell’Associazione Mystica Calabria, con il patrocinio del Comune di Castrovillari e l’appassionata, sapiente cura dell’avvocato Gaetano Maria Bloise, dalla cui raccolta privata provengono in larghissima misura tutti gli antichi cimeli e i materiali documentali serviti per l’allestimento. La guerra delle trincee, dunque, a cento anni dal suo scoppio. La guerra degli scontri sui terreni più impervi (quanto meno sul fronte italo-austriaco), la guerra dei disperati assalti all’arma bianca e dei pesanti cannoneggiamenti, segnata per sempre – nel blasfemo calcolo dei morti: 17 milioni di vittime in tutto, 160 mila solo in Italia – dall’uso massivo di gas altamente venefici, come l’iprite (dal nome della località belga, Ypres appunto, dove ne fu inaugurato l’utilizzo), un potente aggressivo chimico dagli effetti devastanti sugli esseri umani. Raccontarla evitando di cadere nella trappola dei nazionalismi se non proprio di una certa stantia retorica patriottarda – quasi che la “rei militāris scientia” e i piani di battaglia conseguenti fossero nient’altro che una innocente partita a scacchi anziché il frutto del fallimento della politica e della diplomazia, ma soprattutto della ragione umana – attenendosi al contempo, e con la massima onestà intellettuale, alla verità dei fatti, non era affatto semplice. L’obiettivo è stato però centrato dall’iniziativa di Mystica Calabria: grazie, in primo luogo, alle scelte coerenti ed all’ottimo lavoro svolti dal presidente dell’associazione, la docente di Italiano e Storia negli istituti di istruzione superiore Ines Ferrante, e all’avvocato Bloise; quindi al lavoro bellamente realizzato da Mena Filpo per quel che concerne la preparazione di una sorta di mostra nella mostra, consistente nella raccolta di abiti, stoffe, gioielli e altri manufatti utili per raccontare (“attraverso il forte legame affettivo con la mia famiglia”, ci ha confidato, “con la sua storia, le sue incantevoli figure di donne coraggiose e ribelli, gli oggetti tramandati di generazione in generazione”) il ruolo nuovo e l’antica sensibilità delle donne nella società ante e post Grande Guerra, e da Enzo Bruno, prezioso per il contributo offerto con i materiali audiovisivi messi a disposizione (straordinaria, in particolare, la ricostruzione radiofonica di un assalto alla baionetta…). Da questa cooperazione, da questo incontro di volontà, è scaturito un lavoro culturale profondo sulla memoria, pensato per fini nobili – “dare memoria alle giovani generazioni di quanto accadde sui luoghi dove la Grande Guerra si è manifestata in tutta la sua asprezza”, come scrive Bloise nel pieghevole di presentazione dell’evento – e realizzato con tutto lo zelo e la cura possibili, sia pur nei limiti degli scarni spazi disponibili e nella prospettiva per ora solo ipotizzata di dar corpo nel prossimo futuro a qualcosa di ancora più grande aprendosi ai contributi spontanei dei castrovillaresi per recuperare altri materiali storicamente e socialmente interessanti (foto, lettere, documenti e quant’altro ancora). Nella sala che ospita la mostra viene illustrato uno scenario bellico ben preciso, reso ai nostri occhi da un’ampia collezione di oggetti appartenuti a soldati e ufficiali italiani ed austriaci (come elmetti, mantelle, maschere, medaglie e persino gavette, in buona parte ritrovati sulle scene del conflitto – ossia lungo il fronte italiano, sulle montagne e tra le trincee – o donati alla collezione di Bloise), di foto e stampe (particolarmente ricca la dotazione di prime pagine di giornali dell’epoca; importante l’elenco di combattenti castrovillaresi, molti dei quali non fecero mai ritorno dal fronte) e di luoghi di guerra fedelmente ricostruiti (trincee e posti di combattimento muniti dei relativi sacchi di sabbia; dormitori e latrine). Un luogo della memoria e, in un certo qual modo, un cenotafio che nel parlare di una pagina orrenda della storia umana rende omaggio non già alla retorica bellica e al suo stanco soluto dilemma tra onore (e vittoria) o morte, quanto ad una dimensione più autenticamente umana ed eroica, certo di straordinaria complessità psicologica, che consistette in un coraggio non scevro da tentennamenti e pentimenti (come provano le cifre sulle fucilazioni per diserzione eseguite durante il conflitto: diserzioni compiute “da gente disperatamente allo stremo, resa folle dalla paura e da lunghi mesi di attese snervanti e di attacchi suicidi”, ci ha detto l’avvocato Bloise, “gente che aveva in ogni caso combattuto per la Patria, in perfetta buona fede, convinta di fare il proprio dovere, nella comprensibile speranza di far ritorno a casa”) e consentì a milioni di individui d’affrontare la morte per amicizia, per fedeltà e solidarietà, forse per il sogno di una vita migliore. Nelle testimonianze rese nella mostra, tra i feticci della follia e del dolore umani, prendono così forma e tono le traiettorie sconvolte di migliaia di individui, di gente comune, di contadini e artigiani, di operai e studenti (nel 1917 l’esercito in rotta chiamò infatti alle armi ragazzi di neppure 18 anni), mandati al fronte e quindi tramutati in “carne da macello” negli assalti all’arma bianca, alla disperata e spesso vana conquista di pochi metri di terreno ingrato e insanguinato. Questi, dunque, i principali temi proposti e le molte suggestioni create in questa mostra castrovillarese sulla Grande Guerra, che si sta rivelando un’occasione addirittura fertile, sia perché – come sostiene il suo curatore, l’avvocato Gaetano Maria Bloise, grande appassionato e cultore di storia – si propone lodevolmente “di recuperare frammenti della nostra storia e della nostra identità di popolo”, sia per l’interesse sin qui suscitato nella comunità locale e, si può aggiungere, per l’evidente sforzo di riportare questa città nell’alveo di una riflessione storico-culturale più complessiva, in ambito nazionale ed europeo.  Anche per queste ragioni val quindi la pena di visitare “Ta-pum – Sui sentieri della Grande Guerra (1915-1918)”, che costituisce, sono parole della dottoressa Ferrante,“un’occasione importante per recuperare alla memoria collettiva una pagina tragica e commovente della nostra storia di Italiani, di calabresi e di castrovillaresi, attraverso un’operazione culturale di cui noi di Mystica Calabria siamo orgogliosi, come associazione e come persone che non vogliono perdersi, e che volutamente guarda tanto alla cosiddetta storia ufficiale (con i suoi dati e i suoi numeri, densa di contraddizioni e di aspetti controversi) quanto alle piccole storie dei suoi eroi silenziosi, spesso senza volto e senza ritorno, fissate in un fluire di sorprendente umanità.”  Se è dunque vero che “In guerra la verità è la prima vittima” (Eschilo), occasioni come questa del Castello aragonese sono fondamentali per smuovere le coscienze, promuovere una riflessione collettiva e ripristinare una qualche forma di verità, contro ogni mistificazione e/o distorsione. Siamo sinceri: la guerra è sempre una cosa dissennata, orribile, spietata. In guerra si muore e ci si perde. In guerra, come nei versi di Ungaretti, “Si sta come d’autunno / sugli alberi / le foglie”.

Antonello Fazio  

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