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La Sacra Sindone tra scienza e fede

L’uomo, da sempre, ha avuto bisogno di oggetti come tramite per rapportarsi con la divinità: statue, luoghi, reliquie ecc...

e da sempre c’è chi ha condannato l’uso di questi oggetti come pratiche superstiziose o, nel migliore dei casi, una manifestazione di problemi dell’inconscio. Il primo a condannare la pratica di adorare Dio tramite un oggetto che lo rappresenti fu proprio Dio stesso con Mosé, ma da sempre “l’umanità raffigura gli dei a somiglianza del proprio volto” (Corpus Hermeticum). In questo articolo voglio parlare di un oggetto che esce dagli schemi classici della reliquia o della rappresentazione,  di un oggetto, la Sacra Sindone, che non chiede di essere venerato come immagine, non chiede di essere adorato come reliquia, vuole solo essere conosciuto, “conoscere é ricordare”, conosciuto a tal punto da destare meraviglia. La Sacra Sindone desta curiosità  più per quello che non è che per quello che è: la Sindone non è un dipinto, non è un’immagine impressa, non è  un’immagine positiva tale da raffigurare qualcosa, non è un falso ovvero non è la copia di un originale, non è un’immagine fatta dall’uomo. Sul lenzuolo sindonico esistono delle “macchie” generate dalla trasformazione dei fili di lino che hanno mutato il loro colore naturale ma solo superficialmente e macchie di sangue. Questa “impronta”  prese vita il 28 maggio 1898 quando il fotografo torinese Secondo Pia fu incaricato di fotografarla: ”Nell’ombra silenziosa della cattedrale, il lunghissimo telo stava davanti a lui, disteso, in una teca che lo proteggeva. Fra quei tanti segni di deterioramento, dal colore avorio della tela emergeva un’ombra color seppia, che suggeriva l’impronta di un viso, e due braccia, con le mani incrociate;  “immerso il negativo nell’acqua”...dal telo incominciava a emergere la forma intera di un corpo, come gli annegati affiorano dall’acqua Si vedevano dei capelli lunghi, forse ondulati, poi la barba, anch’essa fluida e composta, e la forma nobile del viso: aveva gli occhi chiusi, le palpebre pesanti. Lo zigomo destro sembrava tumefatto, il naso anche; la guancia era gonfia; era il volto di un uomo seviziato. Nessun suo muscolo, tuttavia, era rimasto contratto dallo spavento o dallo spasimo. Inerme, e insieme invulnerabile, era meravigliosamente pacificato con la morte”. Ho voluto dilungarmi su questo racconto della prima fotografia, perché qui si evidenzia il primo fatto straordinario che apprendiamo dal telo: l’immagine impressa e’ un negativo e la descrizione che Secondo Pia fa è dell’immagine che appare sul negativo fotografico e quindi il positivo, cioè il volto dell’Uomo della Sindone. Chi in epoche passate avrebbe potuto realizzare una tale raffigurazione, un’immagine al negativo con un metodo ancora sconosciuto e  perché?  Quindi l’Uomo della Sindone appare esattamente con tutti i particolari appartenuti a Gesù  morto in croce, cioè un uomo che ha subito una flagellazione, con il caratteristico flagellum romano, che è stato picchiato più volte sul volto, a cui è stata posta sul capo una corona di spine, che ha portato sulle spalle il patibulum ovvero il braccio orizzontale della croce, che è stato crocefisso con i chiodi ai polsi ed ai piedi, a cui hanno infilzato una lancia nel costato e dal cui cadavere è emanata una tale energia improvvisa da lasciare l’ombra color seppia che ancora vediamo. Quest’ultima affermazione nasce dall’unica esperienza scientifica che è riuscita a creare una trasformazione del lino simile a quella sindonica; ovvero lasciare un telo di lino, cosparso di unguenti come quelli che il Vangelo ricorda (Giov, 19,39) “mirra e aloe”, ai raggi solari, ovvero dal corpo dell’Uomo della Sindone si potrebbe essere generata un’energia pari ad un lampo solare ( resurrezione? ). Ma vi è molto di più che vale la pena di accennare e cioè quei particolari che non nascono da racconti evangelici o da tradizioni orali ma che, anzi li contraddicono o meglio li perfezionano, come la posizione dei chiodi che, stando alle macchie di sangue, furono inseriti non nel palmo, come si è sempre rappresentato, ma nei polsi, in modo da dare una maggiore resistenza al peso del corpo; oppure come la corona di spine che risulta essere stato un casco, come le classiche corone orientali, e non una corona posta intono al capo come sempre rappresentata. Anche il tipo di flagellum ha lasciato le sue tracce, infatti sulla schiena dell’Uomo della Sindone i segni della flagellazione sono stati fatti da due fruste poste ai lati del corpo ed aventi all’estremità dei pesi in osso a forma di doppio T. Lascio immaginare quale tipo di artista o scienziato medioevale avrebbe potuto immaginare tutto ciò. Insomma sarebbe un autentico miracolo se la Sindone non fosse il lenzuolo funebre di Cristo, ma procediamo con ordine.  “I venti di quell’altopiano avevano soffiato per molti anni sul Telo Sindonico e vi avevano depositato un fortissimo marchio fisico. Con una  frequenza eccezionale dal punto di vista probabilistico, vi si erano incastrati l’Atraphaxis, una pianta spinosa che cresce solitaria, in luoghi sassosi, ai limiti del Deserto Turanico; un’altra aspra pianta delle steppe, il Glaucium che, nei brevi giorni della sua primavera, si apre in grandi fiori e che cresce nella Turchia interna e nelle zone più remote dell’Iran; la Gundelia Tournefortii che vive dove la steppa, inaridendo, decade in un deserto sassoso. Per finire si scoprì che, tra le prime cinquantanove specie di piante reperite sulla Sindone, venti erano abbondanti sull’altopiano di Edessa e non esistevano nell’Europa occidentale”. Con questa parole il criminologo Max Frei Sulzer raccontava i risultati della sua analisi sui pollini trovati sulla Sacra Sindone. La Palinologia è  una disciplina che studia l’origine e la diffusione dei pollini dei fiori ed é molto usata in criminologia per rilevare i movimenti e l’origine di persone e cose. Il prof. Max Frei nella notte fra il 23 e il 24 novembre 1973 raccolse in uno speciale nastro adesivo alcuni campioni della polverina osservata sui bordi della Sindone e ne dedusse quanto abbiamo riportato circa i pollini che trovò ed in particolare osservò che la loro provenienza era certamente da porre in parte in Palestina, in parte nella regione del lago di Genezaret ( ma di un’antichità di duemila anni, oggi scomparsi), in parte in Costantinopoli ed infine una parte dalla Francia e dall’Italia. Sembra di leggere la mappa di viaggio della Sindone! Infine, il nostro criminologo camminò sulle antiche mura di Gerusalemme e raccolse pollini di piante che fioriscono in aprile: lo “Hyoscyamus Aureus” e la “ Onosma Orientalis” e li ritrovò infiltrati nel sacro Telo di Torino. Per il criminologo Max Frei, la Sindone era stata in tutti quei luoghi in cui, se fosse il lenzuolo che avvolse Cristo, doveva essere stata. Cinque anni dopo  gli studi di Frei, nel 1978 tre americani Jumper, Jackson e Stevenson mentre analizzavano l’immagine tridimensionale del volto sindonico notarono la presenza di rigonfiamenti quasi circolari sulle palpebre. Pensarono subito all’uso funebre di mettere una moneta su entrambi gli occhi. Provarono a sovrapporre all’impronta fotografata della palpebra destra una moneta romana, un Lepton, e videro che si adattava sia per quanto riguarda la misura che per la forma. Il Lepton usato era una moneta coniata a Gerusalemme sotto Ponzio Pilato nell’anno 30. A seguito di un’analisi ancora più approfondita si vide emergere su quella “moneta” una strana forma ricurva che ricordava la parte arrotondata di un bastone “il lituus”ovvero il pastorale usato dagli auguri, antichi sacerdoti che praticavano l’arte della divinazione, della predizione del futuro. Il “lituus” era il simbolo di Ponzio Pilato ed era caratteristica dei Lepton coniati sotto il suo governatorato. Ma non e’ finita! Sopra il Lituus sembrano apparire quattro segni apparentemente senza significato YCAI. Ed ecco invece rivelarsi un fatto meraviglioso, queste tre lettere facevano parte di una iscrizione impressa nelle monete: TIBERIO(Y KAI)CAPOC  “di Tiberio Cesare” e vi é solo una serie di monete, Lepton, che recano queste quattro lettere impresse sulla parte curva del Lituus, quelle coniate sotto Ponzio Pilato dal 30 al 32 d.c.. Ma ancora non basta, l’analisi della sindone da più sorprese di un scavo archeologico, come mai l’impronta sindonica mostra un C invece di K ?  Uno studioso padre Filas scoprì altre monete con lo stesso “errore”, evidentemente errore di conio, e questo non fece altro che confermare che si trattava di un Lepton coniato tra il 30 ed il 32 d.c..Segni, più labili dei precedenti, di un’altra moneta sono poi stati trovati, nel 1980, sulla palpebra sinistra ed anche qui due lettere ARO, intorno ad una spiga di grano, hanno fatto supporre che si tratti di una moneta battuta da Pilato nel 29 d.c. in onore di Giulia, madre di Tiberio. Ho già parlato in un precedente articolo della straordinaria specificità dell’immagine sindonica e cioè quella di essere un negativo; voglio solo specificare che se fosse un’immagine dipinta o comunque riportata non si avrebbe nel negativo un effetto positivo ovvero non si vedrebbe un’immagine in positivo ma sempre un negativo di un disegno, ovvero nessuna stampa o decalco, trasmettendo il proprio colore alla sua copia, può diventare il negativo di se stessa, la sindone è un’immagine “impossibile”.  Si é detto, come prova della “ medioevalista” della Sindone che il tipo di tessuto ovvero il lino tessuto a “spina di  pesce” era sconosciuto duemila anni fa e questa sembrò essere la prova regina fino a quando qualcuno rilevò che una mummia egiziana trovata negli scavi di Antinopolis, in Egitto, antica di venti secoli, poggiava il capo su un cuscino di lino tessuto a “spina di pesce”; ed anche negli scavi di Pompei nel 1938 si trovarono tessuti tecnicamente eguali al tessuto sindonico. Ma
i nostri “esperti” non si arresero e notarono che fra i fili di lino del tessuto erano stati trovati frammenti di cotone che duemila anni fa nel Mediterraneo non era coltivato e lavorato, ma sempre l’Egitto smentì queste valutazioni, infatti duemila e trecento anni fa in Egitto filati di cotone venivano impiegati per usi medici. Uno strano fenomeno ha da sempre accompagnato chi si pone di fronte al sacro Lino, man mano che ci si avvicina, l’immagine scompare, in passato si era gridato al miracolo ma anche qui la scienza ha risposto. Esiste un fenomeno ottico chiamato “inibizione neutrale laterale” che consiste nell’ impedire alla retina di  “esaltare” i confini tra impronta e lo spazio circostante. In parole povere l’immagine sindonica é debole e non ha bordi disegnati, a distanza di alcuni metri le lievi differenze di colore tra l’impronta ed il Lino pulito si evidenziano all’occhio ma appena ci avviciniamo queste differenze non possono più essere notate e scompaiono, praticamente da vicino è totalmente invisibile. Immaginate un pittore che dipingendo non sa dove mettere il colore! Ulteriore prova che non può essere una pittura. Ed ora parliamo del sangue, fino al 1981 molti critici avevano sostenuto, anche qui con un notevole seguito (stranamente non appena si “scopre” una qualche elemento contrario all’autenticità della Sindone si trovano subito moltissimi sostenitori), che il sangue non era vero ma macchie di colore a base di ossido di ferro. Addirittura tali affermazione avevano trovato una conferma scientifica nell’analisi  di un’ Università italiana che escludeva che tali macchie contenessero globuli rossi. Il 10 ottobre 1981 in un convegno il ricercatore John Heller dimostrò con immagini che all’interno di quelle macchie sindoniche vi erano “corpi rotondeggianti”, globuli rossi. Era senza ombra di dubbio sangue umano lasciato da un cadavere spaventosamente martoriato. Si disse allora che il famoso “pittore” avrebbe usato sangue vero per realizzare il suo  “falso” ma Heller dimostrò che sotto le impronte di sangue non vi era l’immagine sindonica, cioè l’impronta non si era formata la dove c’era sangue ovvero il sangue non stava sopra l’impronta; questo impediva a chiunque di poter “dipingere” ferite così anatomicamente precise senza aver prima dipinto l’impronta. “ Mai nella storia della nostra cultura, per nessun monumento, per nessun reperto archeologico s’era veduta, di fronte ad ogni informazione scientifica, una tale effervescenza di controipotesi, una tale catena di selvagge fantasie”(Siliato). L’immagine sindonica é l’immagine di un’uomo che ha sofferto pene inenarrabili, di un uomo che è morto in croce, di un uomo che la morte non ha sconfitto sia nella maestosa serenità del volto sia nell’energia vitale sprigionata dal suo cadavere, senza timore di dire, nella resurrezione. In questa immagine è il racconto della passione, morte e resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo, una specie di “quinto vangelo”, ma, ed abbiamo visto quanti “ma” hanno condito il nostro viaggio verso la conoscenza della Sindone, il 13 ottobre 1988,  in una affollata conferenza stampa, il cardinale di Torino Anastasio Ballestrero legge il comunicato ufficiale: “Con dispaccio pervenuto al Custode Pontificio della S. Sindone il 28 settembre 1988, i laboratori dell’Università dell’Arizona, dell’Università di Oxford e del Politecnico di Zurigo che hanno effettuato le misure di datazione al radiocarbonio del tessuto della S. Sindone, tramite il dott. Tite del British Museum, coordinatore del progetto, hanno finalmente comunicato il risultato delle loro operazioni. Tale documento precisa che l’intervallo di data calibrata assegnato al tessuto sindonico con livello di confidenza del 95% é tra il 1260 ed il 1390 d.c.” Un’ annuncio che gelò il sangue a tutti coloro che sulla base di tanti dati scientifici e storici, erano certi dell’autenticità del Telo sindonico. L’esame al C14 aveva dato un responso che sembrò definitivo, eppure cerchiamo, ora, di capire in cosa consiste questo esame ed i suoi limiti. Il chimico americano Willard Frank Libby dal 1946 al 1955 ideò e mise a punto un metodo per la datazione di reperti di natura organica. Il principio si basa su un fatto naturale: il carbonio è presente in tutte le sostanze organiche ed ha una durata nel tempo, prima che cominci a convertirsi in azoto, di 5730 anni. Vi sono tre tipi di carbonio: C12 presente per il 99% circa, C13 per l’1%circa, C14, che é quello che ci interessa, per una parte infinitesimale. Il C14 è  radioattivo e si disintegra ad una certa velocità: finché la pianta o l’animale sono vivi il C14 che si disintegra viene sostituito sempre da altro C14 attraverso la respirazione e la nutrizione e quindi c’é equilibrio fra la parte che decade e quella che si acquisisce. Questo equilibrio si interrompe con la morte ed allora il C14 comincia a diminuire irreversibilmente. Conoscendo in un certo essere, animale o vegetale, la quantità normale di C14 al momento della morte, il tasso di decadimento, che é uguale per tutti ed é calcolato proprio sul periodo di 5730 anni, ovvero quanto C14 si disintegra in un certo periodo, e quanto ve ne é ancora nei resti al momento dell’esame, é possibile risalire all’età del fossile. In parole povere: se una pianta o un’animale,  al momento della morte fosse come un vaso con dieci biglie dentro, e queste biglie fossero gli isotopi del C14, sapendo che ogni anno dal vaso esce una biglia e non viene sostituita, dopo sette anni avremo che nel vaso ci sono rimaste tre biglie, e quindi, dedurremmo che sono passati sette anni. Questo esame, però, non é assolutamente preciso, presenta numerosissime variabili, che non lo rendono una prova infallibile. Normalmente esistono tante contaminazioni che possono influire sull’esame, ripristinando la presenza di isotopi C14 ( le biglie) là dove erano persi. E’ accaduto che materiali moderni siano risultati vecchi di migliaia d’anni, o che antichissimi campioni abbiano fornito date nel futuro. Inoltre i tessuti, e principalmente il lino, sono particolarmente esposti al rischio contaminazione. Ecco alcuni esempi di datazioni errate ricavate dall’esame del C14: una pelliccia di Mammuth che doveva contare almeno 26.000 anni, risultò col metodo del C14 di soli 5.600 anni; una foca appena uccisa risultò morta da 1.300 anni; un tessuto di cotone peruviano del 1.200 d.c. risultò più giovane di 1.000 anni; l’esame di gusci di lumache ancora vive diede come responso che le stesse erano morte 26.000 anni prima; nel 1988 la datazione di un corno dall’armatura di un guerriero vichingo risulto al 2006 d.c., quindi nel futuro. Nel caso di forte inquinamento atmosferico possono verificarsi casi eccezionali, come quello delle foglie di platano che, raccolte a Roma un anno prima, apparivano vecchie di 400 anni. Ma di esempi ve ne sono ancora molti, ed un dato emerge prepotente, la contaminazione ambientale può influire in modo determinante sulla datazione al C 14. La  Sindone, proprio per la sua storia, ha attraversato tali vicende da non essere più un sistema “chiuso”, adatto all’esame del C14, ma é venuta a contatto con numerosissime sostanze: il contatto delle mani, l’esposizione all’aria, le bende cucite dalle suore nel 1534, e, soprattutto il calore dell’incendio del 1532. Si e’ dimostrato che i gruppi carbossilici della cellulosa, a temperature superiori a 300 gradi, scambiano carbonio con la altre sostanze presenti. Scambi di isotopi  potrebbero essersi verificati e aver introdotto altro carbonio che non può essere identificato, misurato ed eliminato. Lo scienziato russo Kouznetsov dimostrò che un pezzo di telo di lino certamente databile tra il 100  a.c. ed il 100 d.c., proveniente da scavi archeologici, sottoposto ad un calore ed a condizioni analoghe a quelle della Sindone durante l’incendio di Chambery, risultava all’esame del C14 datato tra il 1044 ed il 1272 d.c. Mi corre l’obbligo, però, di far presente che anche questo esame fu contestato ed il dibattito è ancora in corso. Un’ultima annotazione non meno importante delle precedenti consiste nella determinazione della quantità di materiale necessario affinché l’esame possa considerarsi valido ed inoppugnabile. La quantità di tessuto necessaria per poter fare un’ esame serio e determinare una datazione abbastanza sicura si dovrebbe aggirare intorno ai duecento grammi; ora, i campioni presi dalla Sindone pesavano complessivamente 300 milligrammi, ovvero 1/700simo circa di quello che sarebbe servito; del resto essendo un’ esame distruttivo dei campioni non si poteva prenderne di più. Ed ora voglio chiudere questa “pesante” ma necessaria trattazione così come abbiamo iniziato, con le parole del cardinale Ballestrero: ”Nel rimettere alla scienza la valutazione di questi risultati, la  Chiesa  ribadisce il suo rispetto e la sua venerazione per questa veneranda icona di Cristo che rimane oggetto del culto dei fedeli in coerenza con l’atteggiamento da sempre espresso nei riguardi della Sacra Sindone, nella quale il valore dell’immagine è preminente rispetto all’eventuale valore del reperto storico..”  Un uomo di fede non poteva esprimersi in altro modo e per tutti noi,  credenti o meno, resta un meraviglioso dono all’umanità. 

 

Guglielmo Viti

 

  

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