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La storia della Sindone attraverso i secoli

Si è raccontato di tutto, inventando luoghi ed avvenimenti. Io cercherò di essere un cronista semplice e fedele ai dati storici pervenutici. “Lo calò dalla croce, lo avvolse in un lenzuolo e lo depose in una tomba scavata nella roccia”( Luca, 23,53)

così nel vangelo compare la Sindone per ricomparire in Edessa, l’odierna Urfa in Turchia, alla corte di Re Abgar V detto il Nero, nel I sec. A questa presenza sono legate varie leggende, fatto sta che fin dall’inizio del VI sec. la presenza di un’immagine acherotipa, cioè apparsa da sola senza essere fatta da mano umana, di Gesù proveniente da Gerusalemme e conservata ad Edessa conquisterà grande fama in tutto l’Oriente fino al XIII sec.. Nella narrazione del legame di Re Abgar con quest’ immagine si parla di “Mandilion” un altro termine con cui viene indicata il sacro lino con la particolarità di rappresentare solo il volto; come se piegato il telo avessero lasciato visibile solo il volto. Questa necessità, di mostrare solo il volto era dovuta al fatto che in Oriente non si concepiva di esporre l’immagine del Cristo torturato e condannato.  A questo Mandlion erano attribuiti diversi miracoli ad Edessa,  e qui rimase fino al 943,  quando la città  fu presa dall’esercito bizantino e il sacro lino fu trasportato nella loro capitale, Costantinopoli dall’imperatore Romano I Lecapeno. Il 16 agosto 944 si tenne nella basilica di Santa Sofia una solenne cerimonia per l’arrivo del Sacro Lino e la testimonianza di Gregorio,arcidiacono, e’ impressionante, scrive, descrivendo l’immagine : “impressa unicamente dai sudori d’agonia del volto del Principe della Vita, che sono colati come rivoli di sangue, e dal dito di Dio. Sono stati essi ( i sudori ) gli ornamenti che hanno colorato la vera impronta del Cristo. E ( l’impronta ), dopo che essi sono colati, e’ stata impreziosita dalle gocce del suo costato. Le due cose sono colme d’insegnamenti: qua sangue ed acqua, là sudore e immagine. Quale equilibrio delle realtà, poiché esse ( provengono ) da un solo e unico (essere).” E stiamo nell’anno 944 !  La conferma che la sacra Sindone si trovasse in Costantinopoli ancora nel 1147 ci viene dalla testimonianza del re di Francia Luigi VII che l’avrebbe vista nel monastero noto col nome di Nostra Signora di Blacherne. Durante la quarta crociata, il 13 aprile 1204, Costantinopoli fu presa d’assalto dai Crociati, il cavaliere Robert de Clary vide nella cappella di Santa Maria di Blacherne ( li dove l’aveva lasciata Luigi VII ) “ la Sindone in cui fu avvolto Nostro Signore… che ogni venerdì veniva innalzata ed esposta, così che si potesse vedere la figura di nostro Signore”. E subito dopo scrive: “Nessuno né greco né  francese, seppe che cosa avvenne della Sindone quando la città  fu presa”, da questo momento la Sindone sparisce da Costantinopoli per riapparire a Lirey, piccolo paese della Francia, nel 1357. Nel frattempo, che percorso aveva fatto ? Esiste una traccia che la porta ad Atene. Un cavaliere della quarta crociata, Othon de la Roche, aveva occupato Blacherne ed era poi diventato primo duca di Atene. L’anno successivo, 1205, Teodoro Angelo, nipote dell’imperatore detronizzato dai crociati, scrive a papa Innocenzo III :” l’anno passato, nel mese di aprile l’esercito crociato e’ venuto a depredare la città di Costantino… Si sono impossessati di tesori d’oro, d’argento e d’avorio , e li hanno divisi tra loro….ai Francesi ciò che tra esse era di più prezioso: il lenzuolo funebre in cui dopo la morte e prima della resurrezione fu avvolto nostro Signore Gesù Cristo. Sappiamo che questi oggetti sacri sono custoditi in Venezia, in Francia, e in altri paesi dei saccheggiatori, mentre il lenzuolo si trova ad Atene…”. Quindi la sacra Sindone sarebbe stata presa da Othon de la Roche e portata ad Atene. Da Atene Othon de la Roche l’avrebbe spedita in Francia  al castello di suo padre vicino Besancon. Nel 1340, Jeanne de Vergy, pronipote di Othon de la Roche va in sposa a Geoffroy I de Charny, signore di Lirey; e qui la ritroviamo ufficialmente nel 1357. E da Atene in Francia, dove sarebbe passata la sacra Sindone ? Su una possibile tappa intermedia ho scritto sul mio libro “La madonna della Nova in Rocca Imperiale, il mistero di un quadro” una mia ipotesi, suffragata da vari indizi, che vedrebbe sbarcare la Sindone in Calabria nel Castello di Roseto Capo Spulico per poi passare per Rocca Imperiale e dirigersi verso la Francia attraverso l’Italia, ma di questa ipotesi mi riservo di parlare più approfonditamente in un’altra occasione. Intanto come Geoffroy de Charny fosse riuscito ad impossessarsi della Sindone non e’ dato sapere; abbiamo manifestato alcune ipotesi, verosimili, ma non suffragate da documenti diretti ed inequivocabili. Fatto sta che questo celebre cavaliere divenuto ricco grazie alla partecipazione vittoriosa di varie imprese militari tra il 1345 e il 1346, nonché autore di testi sulla cavalleria giunti fino a noi, spinto da un fortissimo spirito religioso, fece costruire una cappella a Lirey. Questa cappella raggiunse un certa notorietà e quando Geoffroy de Charny morì nel 1356 nella battaglia di Poitiers, era diventata meta di grandi pellegrinaggi perché, a quanto si diceva, vi si venerava la Sindone di Cristo. Fu il figlio, Geoffroy II ad organizzare le prime ostensioni tra il 1357 e il 1370. I pellegrinaggi a Lirey divennero sempre più famosi ed importanti, tanto che venivano venduti anche dei ricordi come una placca di piombo ritrovata a Parigi e conservata al museo di Cluny, che raffigura la prima immagine completa della Sindone a noi pervenuta. Ma, seguendo un copione che contraddistingue tutta la storia del Sacro Lino , arriva chi si oppone e contesta in modo forte la sua venerazione; nel 1370 fu il vescovo della diocesi di Lirey, Henri de Poitiers che proibì le ostensioni. Fu solo diciannove anni dopo che Geoffroy II riuscì ad ottenere il permesso di esporre alla venerazione di nuovo il sacro lenzuolo, e questo non per una sorta di ravvedimento religioso, ma semplicemente perché la madre, la vedova di Geoffroy de Charny, padre, aveva sposato in seconde nozze uno zio del Papa Clemente VII. Ed e’ proprio grazie ad una lettera del Papa a Geoffroy II che abbiamo il primo documento scritto che cita espressamente la Sindone di Torino “ copia o rappresentazione della sindone di Nostro Signore”, la chiesa da sempre ha evitato espressioni di conferma o negazione certe sulla sua autenticità. Ma , naturalmente, non poteva filare tutto tranquillo e il vescovo di Troyes, Pierre d’Arcis, si rivolse al re Carlo VI per vietare le ostensioni, confutando l’autenticità della reliquia ed il re le sospese definitivamente. E’ in questa occasione che si ha per la prima volta la produzione di documenti che avrebbero provato che l’immagine sindonica era un dipinto medioevale; infatti il vescovo Pierre d’Arcis, non riuscendo ad avere la Sindone da Geoffroy II , si rivolse al re presentando un lungo memoriale in cui si denunciava che un pittore ignoto aveva dipinto l’immagine su ordine del decano di Lirey e che la confessione del misfatto era stata fatta al vescovo precedente. Delle “prove di questa confessione” non si è trovato mai nulla ed a parte il fatto che una confessione di cui si ignori l’autore appare quanto mai curiosa, rimane la certezza scientifica che l’immagine sindonica non è un dipinto. Ma l’episodio sta a dimostrare quanto è antico lo scetticismo che segue la storia della Sindone. Infine Papa clemente VII risolse la disputa, permettendo ostensioni limitate, visto che,  in effetti, si era ecceduto, rasentando quasi l’idolatria. La Sindone rimase a Lirey fino al 1418 quando, a causa della guerra dei cent’anni, si pensò bene di metterla al sicuro affidandola a Humbert de Villersexel, conte de la Roche, marito di Marguerite de Charny , nipote di Geoffroy . Nel 1443, tornata la pace, i canonici di Lirey reclamarono la restituzione della Sindone, ma Marguerite, morto il marito, si rifiutò sempre di consegnarla, reclamandone la piena proprietà, e la portava sempre con se in giro per la Francia. Gli anni che seguirono videro Marguerite combattere mille battaglie legali e organizzare molte ostensioni fino a quando, nel 1449 , durante un’ennesima ostensione, venne arrestata, ma, incredibile, venne subito liberata perché gli esperti certificarono che l’immagine era un dipinto! Il 22 marzo 1453, una data importante nella nostra storia, Marguerite de Charny ricevette da Luigi di Savoia le rendite della castellania di Mirabel, vicino Lione, non sappiamo in cambio di cosa, ma da questo momento la Sindone diventa proprietà di casa Savoia ( ufficialmente il commercio delle reliquie era vietato ma sappiamo che il duca Luigi di Savoia aveva espresso molto interesse per il sacro Lino). La famiglia Savoia trasportò la Sindone nel castello ducale di Chambery dove fu riposta nella sontuosa Sainte-Chapelle dal 1506 al 1578. Da questo momento inizia un periodo glorioso per la Sindone, si susseguono ostensioni molto ben organizzate e reclamizzate, le fu dedicata da Papa Giulio II una festa, il 4 maggio, e le furono attribuiti moltissimi miracoli. Ma, quanti “ma” in questa storia, la notte tra il 3 ed il 4 dicembre 1532, la Sindone rischiò di andare persa a causa di un incendio che devastò la cappella. Ancora oggi sono visibili i danni al telo procurati dal piombo della cassa in cui era chiuso, fuso dal calore del fuoco e erano ben visibili i rappezzi fatti dalle Clarisse, che cucirono anche un supporto in tela d’Olanda . Ed arriviamo a Torino, dove, per salvarlo da incursioni militari nella Savoia, il Telo venne portato nel 1535. La Sindone venne per la prima volta esposta a Torino nel maggio dello stesso anno. Da Torino ritornò, a furor di popolo, per qualche anno a Chambery, ma quando Torino divenne capitale della Savoia., il duca Emanuele la volle riportare qui ed escogitò un curioso stratagemma per risolvere il problema: aveva saputo che il vescovo Carlo Borromeo desiderava raggiungere a piedi Chambery  da Milano  per rendere omaggio alla Sindone, ed allora, con la scusa di risparmiargli il viaggio, la portò a Torino dove sta tutt’ora. La Sindone fu posta nella cappella detta appunto “della Sacra Sindone” opera mirabile dell’architetto Guarino Guarini. Da allora la Sindone viene custodita con ogni cura e, in particolari occasioni esposta al pubblico. Una curiosità: molte volte la Sindone ha rischiato di andare persa, e tutte le volte a causa del fuoco; il primo la vide coinvolta addirittura in una notte del 1349, quando un fulmine colpì la cattedrale di Santo Stefano a Besancon e causò uno spaventoso incendio che ridusse l’edificio in cenere. Della sacra Sindone sembrò sparita ogni traccia per poi ricomparire intatta a Lirey. Cosa era successo?  Probabilmente approfittando dell’incendio alcuni ladri si erano impossessati della reliquia, ma  accortisi della difficoltà a disfarsene la diedero, o dietro compenso o per entrare nelle sue grazie, a re Filippo V di Valois ( secondo una versione) che l’avrebbe donata a Geoffroy de Charny, in cambio dei servigi resi. Mentre, secondo un’altra versione, l’avrebbero restituita a Geoffroy de Charny, legittimo proprietario, in cambio di denaro o riconoscenza. Del secondo incendio a Chambery abbiamo parlato, mentre l’ultimo, che risale alla notte tra l’11 e il 12 aprile 1990, non ha lasciato fortunatamente alcuna traccia sul lenzuolo, pur avendo , praticamente distrutto la cappella del Guarini. Io penso, però, che il vero nemico per la conservazione ed il rispetto della Sindone sia l’ignoranza, o per meglio dire, la sua mancata conoscenza ed io, per quel poco che posso cerco di collaborare a farla conoscere in modo da conservarla per le future generazioni.

Guglielmo Viti

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