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Una visita alla Torre Infame

Attraversando Castrovillari, Norman Douglas, cosi scriveva: “Questo castello è ora utilizzato come prigione. Sentinelle mi hanno avvertito ad un certo punto di non avvicinarmi troppo a ridosso delle mura, perché ciò era proibito. Non avevo alcun desiderio particolare di disobbedire a questo ordine. A giudicare dal numero di ratti che pullulano sul luogo, non è esattamente una prigione modello.” (Old Calabria, 1915).  In realtà già nel XV secolo gli Aragonesi, conquistato il regno di Napoli, fecero costruire dei veri e propri sistemi di difesa, tra fortezze e castelli.

A Castrovillari il Castello Aragonese,  iniziato attorno al 1461 e completato attorno al 1490, era un’antica fortezza costituita da un possente corpo rettangolare con quattro torri cilindriche, ad eccezione di quella posta a nord-ovest, che ha una pianta poligonale con i lati irregolari, un tempo circondato da un profondo fossato, dotato di un ponte levatoio e caratterizzato da feritoie e caditoie. Sul portale d’ingresso della struttura ritroviamo ancora oggi lo stemma delle armi reali aragonesi affiancato da due putti recante una scritta dedicatoria in latino, secondo la quale Ferdinando I d’Aragona fece costruire il castello castrovillarese per tenere a freno i cittadini ribelli. In sostanza, il castello è stato pensato, voluto e fatto costruire, secondo i progetti e i criteri architettonici del celebre ingegnere militare Francesco di Giorgio Martini, operante alla corte d’Aragona,  per essere esclusivamente una prigione, una delle prigioni più terribili dell’antichità se è vero che da atti notarili e certificati di morte  risalenti al XVI, XVII e XVIII secolo, sappiamo che all’interno i prigionieri venivano processati, torturati e,  nella maggior parte dei casi, giustiziati (attraverso la fucilazione) o lasciati morire di fame e di sete, quindi murati vivi in un’imprecisata fossa comune nei sotterranei della fortezza  caratterizzati da una serie di corridoi bui, di passaggi segreti e di umide e tetre stanze dalle volte a botte. Il suo mastio, decorato da archetti pensili, è tristemente noto sin dall’’800 come la “Torre Infame” a causa delle punizioni terribili inflitte ai briganti-prigionieri in essa rinchiusi. Chiuso nel 1995, dopo essere stato per ben cinque secoli  prigione e carcere, ha subito dieci anni di restauro di tipo conservativo, e il 18 settembre 2011 è stato riaperto e reso fruibile alla collettività, affidandone la gestione del maniero, le visite guidate e le iniziative culturali all’ Associazione Sifeum, per conto dell’amministrazione comunale. Oggi, sono molti gli accessi ancora murati, i tunnel misteriosi che nessuno sa dove vadano a finire, molti i lamenti inquietanti che si “odono” nella notte, riferiti non solo dalla gente che vi abita attorno ma anche da ex detenuti ed ex guardie penitenziarie e che sembrano provenire proprio dal lugubre torrione. E’ possibile visitare un buio camminamento di ronda, alcuni passaggi e i camminamenti segreti e le umide e tetre cellette dalle volte a botte del mastio, nonché l’ampio, profondo fossato rimasto. Tra scetticismo, superstizioni ed entusiastiche fantasie, c’è chi giura di aver assistito personalmente a strani fenomeni all’interno dell’imponente costruzione e di aver visto un uomo a cavallo aggirarsi lungo il camminamento di ronda, mentre nei pressi del mastio non è raro ascoltare dolorose frustate. Molti  assicurano di aver sentito rumori di passi all’interno e all’esterno e di pesanti catene sbattute ripetutamente sulle pareti, soprattutto durante le ore notturne. Noi cerchiamo di constatare l’evidenza, ma è pur vero che i visitatori vengono percorsi inevitabilmente da fremiti di angoscia e sgomento, soprattutto perché più di cinquecento anni di storie di torture e di dolore sembrano davvero riecheggiare senza soluzione di continuità nell’edificio! Potremmo scrivere pagine e pagine di strane e curiose storie che, sinceramente, attribuiamo alla semplice suggestione collettiva, però vogliamo condurre indagini e ricerche più approfondite che possano far luce su dubbi evidenti e soprattutto rispondere ad un’unica grande domanda: sono ancora da qualche parte, all’interno del Castello, quel centinaio di briganti che le fonti storiche affermano non essere mai usciti dalla struttura penitenziaria, né da vivi né da morti?

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