Menu

Acqua piangente in Val d'Alona

E' un luogo fiabesco posto alle porte della città di Castrovillari nella Valle d’Alona, un incantevole, romantico recesso, un magico, paradisiaco angolo miracolosamente scampato all’incuria del tempo e dell’uomo.

Attraversando un viottolo e una verde, selvaggia e impenetrabile boscaglia che ha mutato l' idilliaco paesaggio di un tempo, tra pioppi e canne palustri, a destra, vi è una parete di tufo, lunga una trentina di metri lunga e alta sei; la parte superiore è chiomata di agavi, edere e caprifichi, mentre è qua e là tappezzata di muschi di un intenso verde cangiante e di ciocche di capelvenere da cui stillano vibranti gocciole lucenti e argentei fili di acque purissime. Una sorgente scaturita da verdi anfratti origina un limpido ruscello che fluisce sotto la parete "piangente". Fino agli anni Cinquanta le acque alimentavano le pale di un mulino, appena sotto il poggio, confuso tra gli ulivi, proteso a picco sul torrente, ma della struttura, ora, se ne intravedono solo i ruderi, di colore rosa, invasi da rovi, arbusti e sterpaglie.  Tra gli anni '30 e gli anni '50 era d'obbligo scattare una foto all'Acqua piangente, le donne del luogo si recavano all'Acqua piangente per macinare il grano, per attingere l’acqua salubre e per raccogliere le violette che vi crescevano profumatissime ed abbondanti. Si narra che i giovanotti che l'attraversavano dovessero appuntarsi all’occhiello una sola violetta e mormorare, esprimendo un desiderio e pensando alla fanciulla amata: «il mio fiore all’occhiello sei tu». Una leggenda popolare racconta che in un tempo lontanissimo quelle gocce stillanti siano state il pianto di pastorelle distratte dalla musica e dall'amore  per la perdita del loro gregge, o forse le lacrime segrete di una “pastora” regina innamorata, ma qualcuno dice che quelle grosse gocce che si aprono dalle ferite profonde del tufo non siano altro che i frantumi dispersi di astri caduti. Raoul Maria De Angelis, romanziere e poeta originario di Terranova da Sibari, nei primi anni del dopoguerra, guidato da un amico, raggiunse la Valle d’Alona e così la descrisse l'Acqua piangente«[...]La Valle s’apre, visibile e rilevata, sin nelle pieghe più segrete della vegetazione, con i fusti di argento opaco dei pioppi, le spume delle acque, il verde delle piante e dei cespugli, la pace memorabile della terra scavata per raccogliere la luce filtrata della sera infinita[...]. I sentierini e le acque, nel fondo, si incontrano ed intrecciano, e, se la luce mancasse, non distingueresti i tracciati dai corsi, la terra dalle acque, come  tutto  è  assorbito  dal  verde  intenso  delle piante sconosciute che vegetano con misteriosa dovizia nel segreto delle conche e delle valli[...]. Oltre il mulino, farina fresca stemperata in un pulviscolo di acqua rumorosa; ancora la pace del verde e del silenzio rotta dagli echi affievoliti; e proprio a mezza costa, il fenomeno dell’Acqua piangente: un velario di fili liquidi, e un rumore gentile ed accorato di lacrime grosse in una coppa di cristallo opaco. Opaco è il giallo della roccia corrosa a bugni di miele antico, opaco il verde del capelvenere: potrebbe benissimo rappresentare il bassorilievo delle pastorelle piangenti per la distruzione del gregge, un bassorilievo dalle figure scancellate, dai gesti cariati e ridotti in polvere dalle lacrime strazianti degli echi. Nella roccia appariscono nicchie e caverne a traforo e, un po’ ora lontano, il tutto sembra una trina brillante aggrappata agli spigoli e agli alberi alti. Gli specchi delle ninfe erano non troppo dissimili da questo: la sabbia della vasca naturale è quel che rimane delle figure umane scolpite; sabbia rifluita dalla clessidra di un tempo drammatico, polvere di carne che la giovinezza simulava indistruttibile  ed  eterna.  Manca  la  luce  della  luna. Come sarà di notte la roccia dell’Acqua piangente? Adesso, tra i fili rigidi di metallo, nel mezzo, in alto  e in fondo, gocciole preziose di platino e di mercurio illuminano di misteriosi fuochi fissi e chiari il gelo di quel pianto di secoli. Sono le lacrime della pastora regina, o della vergine, o frantumi dispersi di astri caduti? Alzi gli occhi al cielo: intravvedi i rami di carbone dei fichi selvatici, disegni macabri, e la linea delle agavi dalle punte avvelenate. Prigioniero. Cadono le parole dall’alto, insieme al pianto ininterrotto? Le parole della favola...Sgorgano le acque dagli interstizi e dalle ferite nascoste. L’allegoria del dolore segreto. Pianto umano, troppo umano»

Raoul Maria De Angelis, "Castrovillari 1954",  a cura di P. Varcasia e G. I. Grisolia, Reggio Calabria 1954

Foto Francesco Propato

Leave a comment

back to top

Login or Sign In

Questo sito utilizza i cookie, anche di terze parti. Se prosegui nella navigazione di questo sito acconsenti all’utilizzo dei cookie.