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Una passeggiata all’oasi naturalistica del fiume Coscile

Ai piedi dei monti Pollino e Dolcedorme, dalla confluenza di molte sorgenti, nasce il fiume Coscile, gigante idrico nelle aride terre meridionali,  terzo fiume  della regione  Calabria per ricchezza d'acque ed estensione di bacino dopo Crati e Neto e il principale tributario di sinistra dello stesso Crati. Il fiume Coscile è noto sin dall’antichità:

alcuni autori ci ricordano le proprietà straordinarie della sue acque sostenendo che il fiume fosse navigabile, tanto da rappresentare una delle più importanti vie istmiche per raggiungere l’altopiano di Campotenese.  In particolare sibariti utilizzavano questo fiume, a quei tempi chiamato appunto  Sybaris, come via di comunicazione per esportare i loro prodotti alimentari verso le colonie tirreniche di Lao e Scidro. Il nome del fiume divenne poi Conchilium per la presenza di pregiati molluschi e crostacei, quindi si italianizzò in Coscile. Lungo il Coscile si incontrano diverse sorgenti di acqua limpida e freschissima che prendono il nome dagli antichi proprietari di queste terre, molti antichi mulini, in particolare quello che porta un lapide del ‘700  appartenuto alla nobile famiglia Cappelli (ma sembra che le sue origini siano addirittura normanne e sia stato di proprietà di quel Guglielmo di Grantmesnil, sposo di Mabilia figlia del re Roberto il Guiscardo padrone di Castrovillari). I normanni infatti conquistarono la città fortificata di Castrovillari e ne fecero una delle città più importanti della Calabria settentrionale nel medioevo. Lungo il fiume Coscile dovevano trovarsi anche la cartiera degli Ebrei che qui risedettero fino al 1500 e le gualchiere, antiche industrie per la lavorazione del cotone (bambagia), la seta e la lana, famose in tutto il regno di Napoli. Le maestranze ebree erano specializzate nell’arte della tintoria, utilizzavano sostanze coloranti portate dall’India, (l’ indaco) ed erano riusciti a perfezionare la lavorazione della seta. I loro preziosi prodotti erano ricercati in tutta Europa, e avevano impinguato con i loro tributi le casse esauste dell’universitas castrovillarese, contribuendo alla rinascita economica della città.  Nella lussureggiante valle del fiume Coscile, alla confluenza del fiume Lagano con il Coscile, adiacente alla collina di Belloluco (sito risalente agli Enotri e dove sono stati ritrovati i resti di un villaggio e di una necropoli protostorica) e lungo le pendici sud-orientali del colle di Santa Maria del Castello, sorgeva un piccolo villaggio. Vi era la piccola chiesa di San Giacomo e, sulle propaggini meridionali, alcune grotticelle abitate da monaci eremiti, fuggiti dall’Oriente ai tempi dell’Iconoclastia. All’interno i monaci avevano predisposto un piccolo rialzo che serviva da cuccetta e piccoli incavi per contenere le icone sacre e la lucerna. Purtroppo, con il passare del tempo, le continue scorrerie dei longobardi, gli uomini dalle lunghe barbe, costringono gli abitanti del villaggio a risalire gradualmente le pendici del colle e a circondarsi di mura. Anche la vita solitaria e silenziosa dei monaci eremiti diviene difficile ed essi, dunque, decidono di allontanarsi da quel posto e trasferirsi su altre colline e montagne vicine, sul massiccio dei monti dell’ Orsomarso, poco distante dai fiumi Lao e Mercure, lasciando lì soltanto alcuni oggetti della sacra devozione e l’immagine di una bella Madonna che essi stessi avevano dipinto sulla parete di una piccola e rustica cappellaccia vicino alle grotte, appunto la Madonna del Castello. La leggenda racconta che  mentre il popolo combatte strenuamente, patendo la fame e la fatica, un piccolo, ultimo gruppo di monaci, tra cui Pietro l'Eremita si allontana dalla nostre terre definitivamente, raggiungendo la foresta delle Ardenne, proprietà di Goffredo di Buglione e ottenendo la protezione della duchessa Matilde di Toscana, madre di Goffredo. Matilde dona a questi  monaci un vasto appezzamento di terreno su cui sorge l'abbazia di Orval. I monaci diventano i precettori di Goffredo, futuro re di Gerusalemme, colui che costituisce il primo nucleo di cavalieri che qualche anno dopo la sua morte diventano i Templari. Proprio sulle rive del fiume Coscile è stato accertato che dovesse trovarsi una delle tre domus templari di Castrovillari, se è vero che come risulta da un antico atto testamentario risalente al 1287 don Rogerio Panzamerilla dona  i suoi terreni  ai cavalieri della Milizia del Tempio di Castrovillari. Si nota un piccolo forno all’aperto, forse utilizzato dagli stessi monaci eremiti e quindi dai pellegrini che durante i loro viaggi per raggiungere la terra santa si fermavano a dimorare presso luoghi di culto e centri religiosi. Vi chiederete come mai non vi sono più tracce delle abitazioni in questa valle. Il fatto è che le case del popolo che erano situate nei pressi del fiume, fino a tutto il secolo XVI, erano costruite in legno, materiale che già con l'arrivo dei popoli barbari in Italia, soprattutto dei Longobardi, divenne dominante per le abitazioni più umili, e tuttavia, facile preda delle fiamme. Probabilmente queste case dovevano essere molto piccole, solitamente a pianta rettangolare e costituite da un’unica stanza con un forno, una legnaia ed un caminetto centrale che successivamente, a partire dal 1200, venne sostituito dal camino a muro. Il pavimento doveva essere coperto di paglia o di altro materiale vegetale. L’ambiente fluviale della valle del Coscile racchiude un vero patrimonio botanico, idrogeologico e faunistico preservatosi, almeno in parte, dall’azione dell’uomo e con un elevata biodiversità. Molte sono le specie di uccelli acquatici, che grazie all’alto grado di diversificazione e specializzazione delle proprie nicchie ecologiche, riescono a vivere numerosi nello stesso habitat, ma anche di rapaci quali il falco di palude, le poiane e i gheppi. Considerevole è la presenza di anfibi,  tra cui ricordiamo la salamandra pezzata sottospecie Giglioli,  la salamandrina dagli occhiali e l’ululone dal ventre giallo che è tra i rospi più minacciati  e a rischio di estinzione d’Italia. Importante la presenza di rettili quale la biscia dal collare, il cervone, il biacco, la vipera aspis e ramarri e  mammiferi tra i quali spicca la lontra, la regina dei fiumi, Sono presenti diverse specie di pesci: l’autoctona Trota fario e crostacei come i sempre più rari gambero e granchio di fiume ed altri invertebrati acquatici e terrestri. Lungo il bordo delle depressioni umide e sui terrazzi alluvionali sui suoli sabbioso-ciottolosi dell’alveo fluviale regolarmente sommersi durante le piene, sono largamente diffusi nuclei arboreo-arbustivi a salice bianco (Salix alba). Il saliceto (Salicetum albae) ha un ruolo di vegetazione pioniera e progressivamente tende a differenziarsi in aspetti più strutturati con ontano nero (Alnus glutinosa) e pioppo nero (Populus nigra). Nello strato arbustivo sono presenti poche specie quali il sambuco nero (Sambucus nigra), la berretta da prete comune (Euonymus europaeus), sanguinello (Cornus sanguinea) e qualche pollone di salice bianco (Salix alba). Caratteristica è la presenza di liane, reptanti e scadenti quali la vitalba (Clematis vitalba), l’edera (Hedera helix) e la rosa di S. Giovanni (Rosa sempervirens).

Ines Ferrante

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