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Luigi Le Voci,la vita a chi la vive

Luigi Le Voci, a un anno esatto dalla morte.
Strano davvero parlarne così, associando nello stesso rigo il suo nome alla parola “morte”. Strano perché il Maestro – così lo chiamavan tutti, entro e oltre l’immaginario confine tracciato dal luogo dove era nato – era uno che amava la vita.


Ecco, questo può sembrare uno dei classici luoghi comuni delle celebrazioni, ufficiali o private, e dei relativi “coccodrilli” riservati ai personaggi importanti. Ma non lo è, di certo non per qualcuno che abbia osservato da vicino le sue tele, i suoi disegni, i suoi schizzi. Dove, dentro le figure segnate da uno stile inconfondibile e avvolgente, si agitavano i frizzi e gli umori di un dinamismo insolito, controcorrente, provocatorio sino all’audacia.
La vita a chi la vive, diceva. Un motto a cui era fedele, fino in fondo. Il movimento era come lui e lui era in perenne movimento. Anche quando si fermava a parlare – negli ultimi mesi di vita, sempre più raramente purtroppo – qualcosa di lui emanava immancabilmente la sensazione del moto, l’idea di un’azione in divenire, di un corpo mai rassegnato alla quiete e di una mente agilmente divisa tra un ricordo del tempo che era e una promessa lanciata nel tempo che sarebbe stato. Un fluire continuo, al pari del movimento, rotondo e totale, appassionato e appagante, contenuto nei corpi degli amanti da lui ritratti in svariati dipinti a tema erotico. I suoi musicisti, si trattasse di compiti orchestrali durante un’esecuzione di musica da camera o di scarmigliati suonatori di una jam session jazz, possedevano la medesima grazia dinamica del loro papà. Un misto, insolito, di spessore e di leggerezza. Di tratti grossi e di sfumature. I volti rapiti dal suono, liquidamente ritratti ad acquerello, immersi in una gioia circolare, perfetta, compiuta. I corpi privi di orpelli, morbidamente ricreati dai vivissimi ricordi giovanili, ispirati agli autunni e alle primavere della sua terra natìa, amata appassionatamente ma non ciecamente, mai fino al punto di non coglierne vizi e ipocrisie. Tutte le volte che tornava da un periodo trascorso a Torino, a Milano o a Parigi, era come se quel legame non si fosse mai allentato. Come se quella corda, dell’amore senza condizioni, se ne restasse tesa, sospesa tra un tempo e l’altro, un quadro e un altro. Malgrado i bastoni fra le ruote che talvolta venivano messi alle sue idee (anche dalle istituzioni locali), i piccoli dispetti dei benpensanti, le risatine di sfottò o di compatimento che gli dedicavano alcuni poveri di spirito, per via del carattere tutto castrovillarese e provinciale di negare il talento (vero) dei paesani (per quello falso, c’è spazio per tutti…), ma anche a causa delle sue bizzarrìe d’artista, i suoi pantaloni alla marinara, i sandali calzati anzitempo sopra morbidi calzini bianchi. Bizzarrìe che comprendevano naturalmente le mille e più estemporanee, rumorose iniziative che organizzava con lena e fede nella natura umana, aiutato dai suoi complici preferiti: i bambini e i vecchi.Parlare con maggiore cognizione di causa della sua arte, non saprei. Né potrei. È impossibile per chi, come me, non ha particolare dimestichezza con le tecniche della pittura e con le sue regole. Sotto questo profilo di Le Voci ha detto e scritto, in vario modo e in diverse occasioni, con la profondità e la schiettezza che lo contraddistinguono, Matteo Grisolia, un giovane pittore castrovillarese di grandi qualità: da lui ci arriva un’attenta disamina della poetica del maestro e un rimando a lui è d’obbligo se si desidera una conoscenza nient’affatto superficiale della sua dimensione artistica (v. libretto per la mostra “Le Voci: l’ultimo bohémien”).
Il mio ricordo – il ricordo di uno qualunque, smarrito in mezzo alla folla osannante di amici di oggi; di uno che gli era diventato amico a seguito di un primo incontro casuale ma piuttosto burrascoso, a causa (illo tempore) di profonde divergenze politiche – si limita invece alla dimensione emotiva e in qualche misura antropologica della persona.
Io continuo a vedere quel folletto instancabile a spasso per le viuzze dei quartieri storici e popolari di Castrovillari, là dove resistono gli echi delle sue piccole utopie. Lo vedo affaccendarsi per dare forma a un vecchio sogno, dare al suo paese una banda musicale vera e propria. Servire il tè in terrazza. Avvicinarsi ad una tela bianca e riempirla di segni decisi, irrequieti e dolcissimi. Infantili e maturi come le innumerevoli, splendide contraddizioni di un grande artista.

Luigi Le Voci, pittore e uomo libero, un anno dopo.
Manca. E, ovviamente, non solo a me. Come un pezzo di una vita che non si riesce più a trovare.

«Quando torna, Maestro?»
«L’estate che viene. Ho un certo progetto che mi frulla in testa….»
«Ci vediamo, allora!»
«Ciao, Fazio!»

Antonello Fazio

 

 

Luigi Le Voci (Castrovillari, 1938 – Torino 2015)
Si diploma al liceo artistico di Napoli, per poi laurearsi in Architettura a Torino.
Nel 1968, ancora studente, espone al Castello del Valentino di Torino.
Nel 1970 viene segnalato sul “Bolaffiarte” dal critico Marziano Bernardi, al quale si legherà negli anni con un rapporto di sincera amicizia.
Nello stesso anno espone una serie di pitture e disegni alla galleria Dantesca, sempre a Torino.
L'anno seguente apre uno studio a Parigi ed espone alla galleria Present Art in Boulevard Saint Gérmain.
Nel '72 è nuovamente a Torino per esporre alla galleria l'Approdo.
Nel '76, nella stessa città, decide di aprire lo Spazio Le Voci, in cui l'artista espone i suoi dipinti per venderli direttamente al pubblico, saltando a piè pari il mondo delle gallerie d'arte. L'esperimento, ripreso da Marziano Bernardi in suo articolo apparso sul quotidiano La Stampa, non mancherà di scatenare vive polemiche da parte dei galleristi torinesi.
Sempre nel 1976 si sposta a Milano, sua terza città d'elezione, dove è invitato a pubblicare dei disegni sul quotidiano Il Giorno e sulla rivista internazionale di cultura Spirali.
Dal 1977 al 1982 lavora tra Parigi, Milano e Torino, senza dimenticare la sua Calabria, in cui spesso si reca per trovarne ispirazione.
Nel 1980 espone I Disegni dei concerti al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano.
Nel 1982 è nuovamente alla Dantesca di Torino con una personale dal titolo Dalla Moldava al Po, presentata dal critico e saggista Ugo Ronfani.
L'anno seguente il Comune di Castrovillari gli dedica una mostra incentrata su di una serie di tele di paesaggi marocchini.Nell'84 si tengono due mostre che lo vedono protagonista: la prima nella sua Calabria, a Cosenza; la seconda, ancora a Milano, presso la galleria Ponterosso.
Nel 1986 espone una collezione di acquerelli dal titolo Da Parigi a Milano, prima al Centro Culturale Francese di Milano, e poi alla Galleria Ponte Rosso, sempre nel capoluogo lombardo.
Nel 1990 torna a esporre a Torino, presso la Scuola di Giornalismo, una collezione di dipinti che sono cartoline animate dei suoi viaggi, e ritraggono la Calabria, Venezia, le architettura parigine e le chiese e le piazze torinesi.
Nel 1992 espone al Conservatorio Nazionale di Digione.
Dal 1993 torna a lavorare in Calabria, aprendo uno studio a Castrovillari.
Tra il 1997 e il 1999 espone ancora tra Torino e Milano.
Nel 2005 riceve il premio “We Build” del Kiwanis.
Tra l'ottobre e il novembre del 2009 la galleria Dantesca di Torino dedica una mostra ad una raccolta dei dipinti romani dell'artista.
Nello stesso anno Le Voci pubblica un testo dal titolo Le Voci di Pan che raccoglie le sue riflessioni, poesie e illustrazioni.
A partire dal 27 marzo 2010 espone una serie di oltre quaranta dipinti al MACA - Museo Arte.
Di lui hanno scritto: Marziano Bernardi, Luigi Carluccio, Giovanni Arpino, Massimo Mila, Ugo Ronfani, Angelo Dragone, Alberigo Sala, Sebastiano Grasso, Greco Naccarato, Giorgio Mascherpa, Angelo Mistrangelo, Armando Verdiglione, Luigi Troccoli, Fabiana Mendia, Vincenzo D’Atri e Antonio Bruni. (Fonti: www.artoo.it e www.italiaoncard.it)

 

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