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Cultura del ricamo e ago-turismo. Mito, Arte, Società

“Arabeschi: frammenti ancestrali e appunti di infinito nel cielo delle donne” così è stato definita la mostra “Cultura del ricamo e ago-turismo” al Castello aragonese fino al 14 luglio. Poiché il ricamo è il gesto d’amore di una donna che “tesse” relazioni con la sua anima, i suoi affetti e tra le vicende più importanti della sua vita l’Associazione Mystica Calabria e il gruppo “Dieci Dita” hanno voluto indagare

questa antichissima tecnica artigianale e le arti femminili in genere non come una tradizione relegata al chiuso delle mura domestiche e limitata al tempo libero, non come un’arte minore ad appannaggio esclusivo del gentil sesso, ma come una vera e propria forza propulsiva che investe anche l’universo maschile, per esempio nell’industria dell’alta moda, o  nell’arte contemporanea, quella che fa da eco di sé in tutto il mondo. Pensiamo, tanto per citare un nome emblematico in questo campo, a Joana Vasconcelos, artista portoghese che ha voluto dare un’impronta squisitamente femminile alle sue “opere tentacolari” create con tessuti e ricami, piume e uncinetto, attraverso tipologie di stoffe e tecniche proprie di tutti i paesi che ha visitato, come se quelle stesse opere fossero state realizzate dalle mani di tutte le donne. Ma questo straordinario filo di universalità non può che passare attraverso la dimensione del mito, da Arianna ad Aracne, dalle Moire o “dee del destino” alla celeberrima Penelope, simbolo della fedeltà coniugale messa in atto come una “strategia dell’attesa” attraverso la tela, cucita e scucita all’infinito, per amore del suo uomo. Il ricamo è, dunque, quasi un simbolo, rappresenta l’evoluzione dell’essere donna, non attraverso qualcosa di acquisito e di diverso da sé, ma attraverso il sentire intimamente una tradizione che si è evoluta, che reclama anche, a buon diritto, un riconoscimento giuridico e professionale per le donne che praticano quest’arte come lavoro. Un’esposizione il cui scopo non è tanto quello di far conoscere tecniche e punti attraverso un excursus storico, ma come queste tecniche si siano affermate, ad opera di singoli individui o gruppi, nella società cambiandola, cambiandone le abitudini. Oggi, per molte donne il ricamo è pretesto per socializzare, essendosi diffusa anche la moda del knit-cafè, è inoltre una terapia di rilassamento o comunque di evasione da quei ritmi incalzanti a cui la modernità ci costringe, è motivo di aggregazione, se pensiamo alle innumerevoli associazioni nate in suo nome, è creatività pura e semplice che fa riscoprire in talune donne talenti insospettati, i quali, in alcuni casi, si sono trasformati in validi marchi commerciali, in altre, la maggior parte, ha rappresentato il pretesto per aprire blog e dare origine, nella rete internet, a una trama di rapporti intessuti grazie alla medesima passione. Intere città recano, come orme femminili disseminate ovunque, panchine, cancelli, cabine telefoniche, addirittura mezzi di trasporto ricamati o lavorati all’uncinetto o a maglia, a testimoniare l’esigenza delle arti femminili di affermarsi come vera e propria “azione sociale”. Il ricamo è anche opportunità di lavoro attraverso il turismo che, spostandosi da un luogo all’altro a caccia di bellezze da scoprire, non può non rimanere affascinato dalle diverse culture di ogni città, che hanno prodotto anche originali merletti e ricami, ciascuna il proprio. Come per l’industria enogastronomica, anche quella artigianale dei ricami dà origine un po’ in tutta Italia ad eccellenze da valorizzare e tutelare.  Le donne ricamatrici presenti alla mostra  “Cultura del ricamo e ago-turismo” sono artiste e artigiane, amanti della tradizione o estrose trasformiste che hanno voluto giocare con i colori delle matassine e delle personalità regalandoci, nel loro piccolo, grandi emozioni. Corredata dai pannelli di grande importanza storica e didattica realizzati dall’artista Giuseppina Sisca e dall’esposizione di un cardatore di cotone dell’antico lanificio Trapani, la mostra si fregia altresì delle straordinarie opere di Rosa Spina, artista catanzarese della Fiber art, i cui assemblage su juta con dèfilage e colore si basano sulla lavorazione di antichi tessuti arcaici del Mediterraneo che interpretati attraverso la tessitura, la sovrapposizione, la de-tessitura, la sfilacciatura, la manipolazione, l'assemblaggio e il gesto pittorico”. Vere e proprie icone della tradizione tessile, sono creazioni che, utilizzando l'intreccio fra trama e ordito, evocano l'attività incessante di figure femminili appartenute ad un altro spicchio temporale, le nostre nonne e bisnonne ed ancora di più ad un'altra dimensione storica che sfida le leggi del tempo ed insieme ne è indissolubilmente legata. Sono lavori che riportano ad una dimensione quasi “trascendente” dell’opera d’arte,“frammenti” di forme antropomorfe che mirano al preciso scopo di riportare alla memoria i segni lasciati dalle antiche ”majstre.” I lavori si intrecciano a comporre delicate volute geometriche, correndo in libertà sulla struttura di supporto, movimentandola di significati arcani, ”sedimenti” della trasformazione che,  dalla complessa e suggestiva forma in cui tutti gli elementi dei motivi ancestrali, sono composti da luce,  colore,  trasparenza, il sottile gioco tra spazio pieno e vuoto - si rincorrono ad agire come nelle atmosfere, forte del paesaggio che la circonda, quasi a voler riportare alla memoria ciò che siamo o il nostro prezioso passato.

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